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IL "QUOTIDIANO" DI CRISTINA VIGGÈ

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A Taormina, la pizza va in scena

A Taormina, la pizza va in scena

Dieci pizzaioli. Dieci pizze. Dieci modi di interpretare impasti e farciture. In occasione della recente edizione di Taormina Gourmet, una serata in cui il forno ha avuto il suo ruolo da attore protagonista.

Dieci pizzaioli. Dieci pizze. Dieci modi di interpretare impasti e farciture. In occasione della recente edizione di Taormina Gourmet, una serata in cui il forno ha avuto il suo ruolo da attore protagonista.

Dieci pizzaioli. Dieci pizze. Dieci modi di interpretare impasti e farciture. In occasione della recente edizione di Taormina Gourmet, una serata in cui il forno ha avuto il suo ruolo da attore protagonista.


 
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A Taormina, la pizza va in scena

Dieci pizzaioli. Dieci pizze. Dieci modi di interpretare impasti e farciture. In occasione della recente edizione di Taormina Gourmet, una serata in cui il forno ha avuto il suo ruolo da attore protagonista.

Testi Cristina Viggè

Dieci pizze posson bastare per raccontare una Sicilia all’avanguardia anche sul fronte pizza? Pare proprio di sì. E la conferma giunge da una serata recentemente organizzata a Taormina. Anzi, la serata-prologo di un grande evento quale Taormina Gourmet, organizzato da Cronache di Gusto, magazine online di enogastronomia. Che ha acceso i riflettori su “tutto il buono del mondo”, che è andato  in scena all’Hotel Villa Diodoro (dal 27 al 29 ottobre) e che ha avuto la sua anteprima (venerdì 26 ottobre) al ristorante-pizzeria La Botte, non lontano dall’antico teatro greco cittadino. 


Risultato? Sold out. Per un’iniziativa che ha visto venti mani in pasta. Alle quali si sono aggiunte quelle del pizzaiolo resident Salvatore Casablanca. Fiero di onorare la semplicità con la "Bufalina", preziosa di pomodorini gialli. Fra i protagonisti? Anche una serie di Petra Selected Partners, quei pizzaioli facenti parte dell’esclusivo network voluto da Molino Quaglia di Vighizzolo d’Este, uno degli sponsor tecnici della soirée. Insieme a Gustarosso e Finagricola (distribuiti nell’isola da Antonino D'Agostino della D’Agò Eccelsi Cibi), nonché ai Premiati Oleifici Barbera




Al forno? Si sono avvicendati veri maestri dell’impasto. E pure delle farciture. A partire da Friedrich Schmuck, capitano del Piano B di Siracusa. Che ha presentato il suo “Gioco di Perle”. Una pizza al padellino preziosa di polpa di pomodoro San Marzano (in cottura) e finitura con burrata, polvere di capperi, fiore di borragine e quattro tipologie di ingredienti sferificati. Dunque, perle d’acciuga, di aceto balsamico, di olio extravergine d’oliva e di finger lime. A regalare un tocco d’agrume. Alla base: un impasto al cento per cento di Petra Evolutiva, la farina nata dal felice incontro fra i mugnai Quaglia e Simenza - cumpagnìa siciliana sementi contadine




Luciano Carciotto, titolare delle insegne Settepiù di Nicolosi e Catania, omaggiava invece il “Regno delle Due Sicilie", grazie a una pizza capace di valorizzare le terre dei due vulcani. Fra provola ragusana, pomodoro giallo del piennolo del Vesuvio, pomodoro di Pachino, mozzarella di bufala campana, oliva bella di Cerignola e gel di Nerello Mascalese. Luciano che guida altri due locali a Nicolosi: l’Oro dell’Etna e Setteoro, una birreria-pinseria di nuova concezione. 



Mentre Matteo La Spada dell’Orso messinese - alla cui regia sta Gianluca Arcovito - dava vita a “Contrasti”. Complici cheddar originale inglese, pulled pork di suino nero dei Nebrodi, composta di pere homemade e peperoncino in polvere. E fuori forno? Sottili fettine di mela verde e miele d’arancio. Per una pizza - realizzata con Petra 1 - capace di inanellare la delicatezza e l’energia del sapore. 




E Sergio Russo della pizzeria trattoria Da Clara di Venetico Superiore, in provincia di Messina? Traduceva l’arancino in pizza. Mettendo a punto il “Ricordo di un arancino”: impasto a base di Petra 3 e Special (al 75% di idratazione) e farcitura con ragù e crema di ragù. In pratica, un ragù - preparato con sedano, cipolla, carote, carni di manzo e maiale - frullato, al fine di ottenere una salsa. E ancora, fiordilatte, piselli freschi sbollentati, emulsione di mortadella e cialda di pane allo zafferano. A ricordare la dorata panatura dell’arancino. 




Intanto, Antonino Puccio del Tredicisette di Palermo - l’insegna gestita da Claudio Bica - puntava sulla “Stracciatella nera”. Un impasto di Petra Evolutiva completato da stracciatella di bufala al nero di seppia, pesce spada affumicato agli agrumi, crema e granella di pistacchi, bacche di ginepro e arancia disidratata. 



Ed “Evolutiva” si chiamava pure la creatura di Miriana Marino della pizzeria Cutilisci di Catania. Una pizza a tutto benessere, con la melagrana dell’Etna



Ma il menu ha messo pure in bella mostra la “Perché!!!” di Salvatore Articolo della ragusana Cimillà: un impasto croccante “aromatizzato” alla birra Bruno Ribadi, caciocavallo ragusano, cipolla in saor, filetto di sgombro cotto a bassa temperatura e maionese ai capperi di Pantelleria. Farcitura griffata da chef Carmelo Mallia. 



E poi lo “Sfincione 2.0” di Ron Garofalo del Mistral dal 1959 e lo “Sfincione Baharia” - con ricotta, cipolla stufata, mollica fresca, bottarga e scorza di cedro - di Dario Genova dell’Ozio Gastronomico. Entrambi a Palermo.



Infine la “Verdi”, targata Camillo Blandino ed Emanuele Serpa di Frumento, ad Acireale. Una pizza-inno al grande compositore, complici con spalla cotta di San Secondo, mozzarella di bufala e parmigiano reggiano.




Il tutto accompagnato da cinque birre artigianali, ambasciatrici del brassicolo savoir-faire italiano. A raccontarne le peculiarità? Lorenzo Dabove, in arte Kuaska, vero esperto del settore. Ecco allora la “Sicilian Pale Ale” by Bruno Ribadi, prodotta con grano perciasacchi, scorze d’agrumi di Sicilia, bacche di sommacco e pepe rosa. Dal nerbo piacevolmente amaro.



Toni più dolci, floreali ed erbacei per la dorata “Agricola” di Birra Salento, birrificio di Leverano, in terra leccese. 



Mentre la “Imperial Zest" di Extraomnes (maison di Marnate, in provincia di Varese) si esprimeva fra nuance di lime, pompelmo, mandarino e frutta a polpa gialla.



E la “Bianca Madeleine” by Rebeers? Spiccava per il suo stretto legame con il Gargano e la Daunia pugliesi. 



Per poi finire in landa trapanese con Chinaschi. Che in dialetto significa “con il naso” e che produce birra con gli antichi grani coltivati all’interno dell’azienda. Dove nasce anche la “Italian Grape Ale C”. Segni distintivi? Colore giallo paglierino, carattere deciso, sentori delicati e vino Catarratto. Autentico e autoctono.  



Qui il video della serata by Roberto Chifari.



 

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