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IL "QUOTIDIANO" DI CRISTINA VIGGÈ

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Città Vecchia: il trani multietnico

Città Vecchia: il trani multietnico

A Milano, poco oltre la Darsena e i Navigli, un locale dai tratti rétro che ha l'energia di un millennial. Una vineria-birreria-osteria cosmopolita. Che non dimentica le sue radici meneghine ma le traduce in un linguaggio comprensibile al mondo. Nel bicchiere e nel piatto

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Testi Cristina Viggè

Una sinuosa scala in ferro battuto, un abissale e modernissimo sfondo ottanio e sedie, sgabelli e tavoli in legno decisamente old style. Coniuga su e giù, desueto e contemporaneo la nuova Città Vecchia. No, non un ossimoro. Semplicemente la neonata insegna in seno ai Navigli. O meglio, un po’ più in là dei modaioli canali milanesi. Affacciata sul marciapiede di un viale Gorizia che, con calma, si allontana dal vivace vociare della Darsena. Correndo verso il tranvai numero 9. 


La nostra è una vineria e una birreria. Ma soprattutto un’osteria nell’accezione allargata del termine”, spiega il deus ex machina Fabio Spino, mentre spilla birre dietro il grande bancone. Un trani de adess per dirla col claim del locale. Capace di sottolineare sia la natura vintage del posto, pronto omaggiare le bettole meneghine del tempo che fu, sia lo spirito social e millennial che definisce lo spazio su tre livelli. Memoria e futuro, dunque. Un luogo inclusivo e conviviale, dove si va per stare insieme e per bere responsabilmente. Vino, certo. “Abbiamo anche quello sfuso. Che scaraffiamo e serviamo. Viene direttamente da Trani. Da Villa Schinosa per l’esattezza”, precisa Fabio. Che tiene a ricordare quel legame intercorso fra i trani milanesi e la città pugliese. 



Vino in caraffa, ma anche al calice. Anzi, ai calici. Visto che sono undici quelli proposti. Anche se poi non mancano le etichette in bottiglia. Da nord a sud: dal Prosecco "Sior Sandro" by Vineyards V8+ al Franciacorta Rosé della cantina San Cristoforo; dal Soave Classico di Monte Tondo al Verdicchio di Matelica bio “Vertis”, firmato Borgo Paglianetto; dal Riesling Terre di Chieti by Nicola Di Sipio sino al raggiante Grillo del siciliano Barone di Serramarrocco. Non trascurando i rossi, che inanellano il Grignolino del Monferrato Casalese di Liedholm, il Valpolicella “Rêverie” di Zýmē, il Chianti della Fattoria Dianella, l’Aglianico irpino di Torricino e il Negroamaro “Capoposto” di Alberto Longo. Per una selezione non scontata.



Sei invece le spine, più una pompa inglese. “Sette in toto, insomma. Sei resident e una a rotazione”, come puntualizza mister Spino. Mentre serve la golden ale “Entropia”, dall’aroma resinoso e lievemente balsamico, e l’american ipa “Trhibu”, dalle intriganti nuance amare, griffate dal brianzolo Birrificio Hibu. E se la belga d’abbazia Affligem Blonde sorprende per profondità, l’olandese Wieckse Witte conquista per leggerezza, complici scorze d’arancia e coriandolo. E poi? Arrivano loro. Senza abbaiare ma facendosi sentire. Sono le birre del birrificio pavese Muttnik, che fanno il verso ai cani-astronauti spediti nello spazio. Come “Laika”, dalle gradevoli sfumature di miele d’acacia; “Strelka”, beverina e dissetante; “Belka”, dai delicati toni erbacei; e “Albina”, spregiudicata, un po’ ruffiana e dai tratti speziati. Anche se non mancano le brassicole referenze di maison artigianali quali Croce di Malto di Trecate, Hordeum di Novara, Canediguerra di Alessandria e Plurale di Montoggio, in terra di Genova.  



E a Genova il pensiero vola. Quando l’occhio legge la carta delle vivande e la mente risponde a certe domande. Perché è proprio scorrendo la lista dei cibi che emergono passaggi e personaggi della Città Vecchia, la celebre mazurka che il cantastorie Fabrizio De André dedicò al lato aggrovigliato, nebbioso, oscuro ma appassionato della ligure città natìa. Uno scenario da trani milanese trasposto fra i caruggi genovesi. Di cui si ritrovano le tracce nei titoli delle pietanze. Introdotte da un meneghino articolo “il”. Ecco dunque panini come “Il Tipo Strano”, hamburger di fassona, melanzane grigliate, scamorza, ’nduja e cipolle caramellate; “Il 4 Pensionati”, con petto di pollo alla piastra, rucola, pomodoro e cheddar; “Il Pubblica Moglie”, con reale di maiale cotto nella birra, sfilacciato e corredato di salsa barbecue e coleslaw, un’insalata di cavolo cappuccio condita con un white dressing. Mentre il cavolo in agrodolce accompagna la punta di petto di manzo, marinata in paprika e cumino.



Poi? Ci sono i piatti veri e propri. Come “La Donnaccia”, costine di maiale glassate in salsa bbq, completate da whisky torbato; “Il Bamboccione”, con salsiccia di Bra, tuorlo e julienne di cavolo cappuccio prezioso di alici e aceto balsamico; “Il Buon Dio”, tomino piemontese alla piastra, con miele, sesamo, iceberg, cipolle caramellate e patate fritte alle erbe; e “Il Questo Mondo”, polpette di ceci veg e homemade, che, grazie al coriandolo e al cumino, rimandano a Paesi lontani.



Dunque? Non per forza piatti della tradizione ambrosiana. “Perché popolare non significa tradizionale. Della tradizione prendiamo piuttosto l’idea di tagli poveri e di ingredienti semplici”, ci tiene a specificare Fabio. Quindi? Portate pop, pensate per socializzare, ma fatte bene, col cuore e con la giusta attenzione. E con un occhio all’integrazione. Il che vuol dire anche spezie e aromi del mondo. Perché il trani de adess è cosmopolita. E per l’aperitivo propone persino le “mezze porzioni”, giro di assaggi around the menu.



Un’impronta glocal. Con la fissa per le materie prime. Visto che tutte le carni sono targate Agazzone, novarese realtà di Bogogno; i salumi (bresaola, culatta e salame) vengono dalla Macelleria Apostolo di Gorgonzola e i formaggi di capra giungono da un caseificio familiare - ma visionario - come Lavialattea, nella bergamasca Brignano Gera d’Adda. Da assaggiare? Il “Morla”, a pasta molle, simile al brie ma interamente made in Lombardia; il “Geret”, compatto e friabile, cugino del salva cremasco; nonché il vanitoso “Ol Sciur”, erborinato che si fa notare per la sua armoniosa dolcezza-piccantezza, stemperata dai profumi dei frutti di bosco e dei petali di rose nei quali viene avvolto. Per un prodotto fuoriclasse. 



Un trani multietnico che non dimentica le sue radici. Il suo essere punto di ritrovo, di incontro e di scambio culturale. Ecco allora le serate milanocentriche del giovedì, per raccontare la metropoli degli anni Sessanta e Settanta, per parlare di musica, teatro, cinema e per dar voce agli street talent. Mentre i martedì sono tutti per la ruggente musica della beat generation. E poi, mostre, appuntamenti letterari e degustazioni tematiche. Inoltre, in occasione dei Mondiali di Calcio femminile, visioni collettive per seguire le imprese delle azzurre dall’anima rosa.



 

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