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IL "QUOTIDIANO" DI CRISTINA VIGGÈ

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La storia del sushi (in Italia) abita qui

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Il primo sushi bar d’Italia compie 40 anni. Il suo nome? Poporoya, "milanese" insegna che rimarca la sua anima semplice, sincera e very pop. Da sempre guidata da chef Hirazawa Minoru, aka Shiro. 

Il primo sushi bar d’Italia compie 40 anni. Il suo nome? Poporoya, "milanese" insegna che rimarca la sua anima semplice, sincera e very pop. Da sempre guidata da chef Hirazawa Minoru, aka Shiro. 

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Il primo sushi bar d’Italia compie 40 anni. Il suo nome? Poporoya, "milanese" insegna che rimarca la sua anima semplice, sincera e very pop. Da sempre guidata da chef Hirazawa Minoru, aka Shiro. 

Testi Cristina Viggè

Giancarlo Mecarelli, nel suo libro City Angels, lo ha ritratto con le ali. E il suo nome d’arte, Shiro, significa bianco. Quasi a ricordare il candore, la purezza d’animo e il senso primigenio del creare… il primo sushi bar in Italia. Sì, quella di Hirazawa Minoru è la storia di un pioniere, di un precursore, di un antesignano. L’avventura di uno chef visionario: nato nel 1946 nella provincia giapponese di Nagano, diplomato all’autorevole scuola di cucina Tsuji di Osaka e approdato a Roma nel 1972, per guidare i primi passi (di un ristorante) del Sol Levante nella Città Eterna. Cosa non facile vista la poca conoscenza della cucina nipponica nel Bel Paese. 


Ma la dedizione ripaga Shiro, dopo qualche tempo mandato a Milano per timonare la filiale meneghina dell’insegna capitolina. Correva l’anno 1977 e il locale era un semplice negozio di alimentari giapponesi in via Bartolomeo Eustachi 17. Poi? La svolta. La trasformazione in sushi bar, sempre con bottega annessa. E il suo battesimo in Poporoya, ossia “casa del popolo”. Quasi un omaggio al primo incontro fra Giappone e Italia, avvenuto sul finire del Cinquecento proprio in piazza del Popolo, a Roma. Quando una delegazione di feudatari giapponesi (convertiti dai Gesuiti) fecero visita a papa Gregorio XIII.


Ecco allora spiegato anche il significato di quelle chiese “gemelle” stilizzate nel logo della location: Santa Maria in Montesanto e Santa Maria dei Miracoli. Che sono due, una parallela all’altra, nella romana pizza del Popolo. Esattamente come i due baluardi di chef Shiro nell’urbe lombarda: il Poporoya e il ristorante Shiro Poporoya, lo spazio più ricercato (sempre in via Eustachi, ma al civico 20), ora guidato dal figlio Hirokazu. L’upgrade dell’insegna pop, che pare anch’essa mantenere il motto “meno fashion e più food”. In linea con la shirosofia del rispetto per la tradizione e la cultura del Sol Levante.


Quarant’anni sono passati, suggellati da una festa popolare pronta a invadere la street area che incornicia i locali, con tanto di benaugurante rottura della botte del sake. Poi versato col mestolo nei caratteristici e cubici masu in legno. Un tributo all’operato di mister Minoru, tra i soci fondatori, nonché presidente dell’Airg, l'Associazione Italiana Ristoratori Giapponesi. Un personaggio, sempre col sorriso in volto, che vanta anche un primato: quello d’essere stato tra i pochissimi rappresentanti delle arti e dei mestieri della comunità nipponica ricevuti dal principe del Giappone, in visita in Italia nel 2015. Un vero city angel, anche per aver ricevuto - qualche anno fa, al Teatro alla Scala - il "Premio Milano Produttiva" della Camera di Commercio della città.  


Infine, una curiosità. Le espressioni delle faccine che appaiono sulle insegne-vetrine del ristorante Shiro cambiano, indicando i diversi umori dell’uomo. 


Foto di Carlo Fico

 

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