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IL "QUOTIDIANO" DI CRISTINA VIGGÈ

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Quando lo Champagne ha stoffa

Quando lo Champagne ha stoffa

Etereo come un voille, frusciante come la seta, sottile come l’organza, avvolgente come la lana. Voilà un inedito pairing fra il perlage d’Oltralpe e l’universo dei tessuti, dello stile e della moda

Etereo come un voille, frusciante come la seta, sottile come l’organza, avvolgente come la lana. Voilà un inedito pairing fra il perlage d’Oltralpe e l’universo dei tessuti, dello stile e della moda

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Testi Cristina Viggè

Ci vuole tatto per degustare lo Champagne. Nel senso che è necessario un certo savoir-faire per avvicinarlo, conoscerlo e indagarlo. Ma anche nel senso strettamente tattile della questione. Certo. Perché dello Champagne non solo si possono percepire le sfumature aromatiche attraverso l’olfatto, le note gustative grazie al palato, e il colore, la brillantezza e l’esuberanza del perlage attraverso la vista. Le bollicine francesi possono svelare molto di sé se toccate con mano. Oltre che con la bocca, naturalmente. Così come possono essere ascoltate. Perché lo Champagne sussurra, bisbiglia e crepita, dopo aver emesso un esplosivo suono pop nel momento in cui viene stappata la bottiglia.


Della polisensorialità del nettare d’Oltralpe sa bene il Bureau du Champagne Italia. Traduzione: l’ambasciata nazionale del Comité Champagne francese, che ha sede ad Epernay e che si occupa di gestire e difendere i comuni interessi di vignerons et maisons. Un’organizzazione interprofessionale che ha la precisa mission di valorizzare l’identità e il patrimonio della denominazione. Anche comunicandone peculiarità e personalità in maniera inedita e originale. Come ha iniziato a fare il Bureau, organizzando laboratori capaci di far focus proprio sui sensi. In modo tale da imparare a osservare, descrivere e raccontare lo Champagne seguendo un'intonazione fuori dal coro.



Così, dopo un lab a tutto naso (nel 2016) e uno a tutto udito (nel 2017) - complici un pianoforte e i brani di Erick Satie, Franz Schubert, Maurice Ravel e François Couperin - quest’anno è stata la volta del tatto. Dove? Alla Ferrari Fashion School di Milano. Perché se vero è che il palato tocca lo Champagne - a una temperatura consigliata di 8-10°C - e le mani toccano il fine calice a tulipano - la mente può toccare idealmente le bollicine francesi. Associandole all’universo delle stoffe. “Anche perché lo Champagne ha sempre fatto parte del mondo della moda. E come nella moda si parte da un tessuto per spiegare un vestito, per parlare di Champagne spesso si comincia proprio dalla materia prima, ossia dall’uva”, precisa la direttrice della scuola Silvia Ferrari



Tante infatti le similitudini fra i due universi. “Se nello Champagne è fondamentale l’assemblage di vini di diversi cru, e persino di diverse annate, pure in un abito è importante l’accostamento di stoffe. Anche differenti”, spiega Chiara Giovoni, Ambasciatrice Italiana dello Champagne 2012 e alla regia del laboratorio insieme a madame Ferrari, Thibaut Le Mailloux (direttore della comunicazione del Comité Champagne) e al direttore del Bureau italiano Domenico Avolio. “Non dimenticando che nell’assemblage anche una minima variazione cambia il risultato finale e totale”, precisa miss Giovoni. “È l’arte del savoir-faire. È la capacità di creare un dna non replicabile altrove. Dando voce allo stile unico della maison”. Esattamente come accade nella moda. Dove specifici tessuti, puntuali tagli e precise cuciture danno forma a un inimitabile ensemble. 



E poi c’è lui, lo stilista. Che molto somiglia allo chef de cave. Entrambi art director, direttori d’orchestra e fautori di una visione fatta di tecnica ed eleganza, materia e immaginario. Perché come un abito non è solo un abito, uno Champagne è molto di più che una semplice cuvée. Facendosi portavoce di un pensiero, una filosofia, una vitivinicola prospettiva.



Insomma, un grande Champagne deve avere una certa fibra. Anzi, pensando alla sua trama e alla sua texture, lo si può paragonare a una stoffa liscia o ruvida, morbida o rigida, satura o evanescente. Rivelando una lettura alternativa e un nuovo linguaggio descrittivo, in grado di superare i più canonici sentori agrumati, fruttati e floreali. Le nuance di sottobosco, crosta di pane e brioche. Il perlage fine, vivace, effervescente e persistente. Della serie, oltre a naso e palato c’è molto di più.



Voilà il Laurent Perrier Brut millésimé 2007. Per una metà chardonnay della côte des blancs e per l’altra metà pinot noir della montagne de Reims. Un nettare raro, perché prodotto in un’annata particolare: inverno mite e primavera estiva. Per cui non tutti hanno deciso di millesimare. Uno Champagne energico e radioso, succoso e luminoso. Come un lurex dorato. Pieno e scintillante. Fresco e velatamente salino. Decisamente appariscente ed esuberante. Ma non vanitoso. Anzi, equilibrato e saggio nella sua perfetta commistione di uve bianche e nere, yin e yang. 



Altra vendemmia, la 2008, per un altro Champagne affascinante: la Cuvée Dame de la Renaissance dell’omonima maison (di circa otto ettari) di Oger. E proprio dal terroir unico di Oger, Avize, Le Mesnil-sur-Oger e Chouilly viene lo chardonnay di questo nettare leggero come un tulle, arioso come un voille, rotondo come un voilant, frusciante come la seta e lucente come un sofisticato lamé



Sempre annata 2008 ma cambio di trama per il Grand Cru Pinot Noir Vintage by Nicolas Feuillatte, cooperativa che prende forza ed energia dal lavoro di ben 4.500 coltivatori-conferitori. Distribuiti in tutta la Champagne. Un grand cru profondo, pieno e vigoroso, caldo e confortevole come la lana mohair, avvolgente come la flanella, virile come il velluto. Un po’ d’antan. Come il tartan.



E se nel calice finisse un rosé? Lo scenario cambierebbe notevolmente. Soprattutto nel caso del Veuve Clicquot Vintage Rosé 2008, un manifesto della maison, costruito intorno al pinot nero (del versante sud della montagne de Reims), complici chardonnay e una piccola parte di meunier. Tenendo conto che il 5% dei vini è stato vinificato e invecchiato in botti di legno dei boschi dell'Allier e dei Vosgi. E ricordando che fu proprio madame Cliquot, nel 1818, a creare il primo rosé d’assemblaggio. Utilizzando uve rosse provenienti da Bouzy. Ne risulta uno Champagne maturo, charmant, esilarante e serioso. Sofisticato e femminile, come un taffettà dal tono rosa antico. Raffinato e sensuale, allo stesso modo di un pizzo o di un merletto.



Infine lui, il Pol Roger Brut Vintage 2009: 60% pinot noir, 40% chardonnay. Potente, come il politico britannico Winston Churchill, che ne esaltò spessore e carattere. Ma anche signorile come il cachemire e mistico come il lino. Sapido e saturo come un cappotto in lana bouclé. Perfetto per l’inverno. 



 

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