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IL "QUOTIDIANO" DI CRISTINA VIGGÈ

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Questa non è una pizza

Questa non è una pizza

Ceci n’est pas une pizza. Ossia le immagini su instragram e il loro essere coerenti con la realtà. Il valore del cibo e le sue infinite relazioni, connessioni e contaminazioni. La quattordicesima edizione di PizzaUp ha indagato le innumerevoli sfumature della parola empatia. Perché la pizza non è solo materia, ma anche immaginario, emozione ed esperienza

Ceci n’est pas une pizza. Ossia le immagini su instragram e il loro essere coerenti con la realtà. Il valore del cibo e le sue infinite relazioni, connessioni e contaminazioni. La quattordicesima edizione di PizzaUp ha indagato le innumerevoli sfumature della parola empatia. Perché la pizza non è solo materia, ma anche immaginario, emozione ed esperienza

Ceci n’est pas une pizza. Ossia le immagini su instragram e il loro essere coerenti con la realtà. Il valore del cibo e le sue infinite relazioni, connessioni e contaminazioni. La quattordicesima edizione di PizzaUp ha indagato le innumerevoli sfumature della parola empatia. Perché la pizza non è solo materia, ma anche immaginario, emozione ed esperienza


 
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Testi Cristina Viggè

«Ciascuno di voi, nel proprio locale, dovrebbe scrivere: questa non è una pizzeria. Per suggerire a tutti i vostri clienti che quella pizza che stanno mangiando, in realtà, non è una solo una pizza. Perché è in quel “non” che si cela il mistero della vita». Il monito magistrale del filosofo-musicista, pensatore-trombettista Massimo Donà arriva in aula forte e chiaro. E risuona come un lampo nelle orecchie degli astanti. Spalancando a loro gli occhi con un lampo di luce. La verità. Solo la verità. Raccontata con assoluta semplicità in una lectio magistralis. 



Sì, la quattordicesima edizione di PizzaUp, il simposio targato Petra - Molino Quaglia, non è stato solo un simposio. No. Si è andati oltre. Oltre la pizza. Oltre la pizzeria. Oltre i luoghi comuni. Oltre Scilla e Cariddi. Oltre le colonne d’Ercole. Non ascoltando il suono ammaliatore delle Sirene. Ma la voce coraggiosa e audace di chi ha saputo trasformare una mera edizione in lezione di vita e di professionalità. Sotto i riflettori? La parola empatia. Gli occhi si sono incollati ai gesti del magister. I cuori si sono scatenati. E con loro gli applausi.




L’infinita ricchezza della negazione


«Sia chiaro. Mangiare una pizza non è un gesto innocente», esordisce Massimo Donà, istrionico teoreta e deus ex machina del Master in Filosofia del Cibo e del Vino, firmato dall’Università Vita-Salute San Raffaele. Non è un gesto innocente perché implica una certa preparazione. A partire dalla perfetta conoscenza della parola empatia. Che deriva dal greco antico empatéia, formata da en, “dentro”, e pathos, “sofferenza o sentimento”. «Empatia significa condivisione. Significa contatto, relazione, diventare uno. Ma ci sono tre modi per essere empatici. Il primo è rinunciare a qualcosa di sé per concedere attenzione alle esigenze dell’altro. Alla fine il rischio che si corre è quello di non essere più se stessi. Di dover rinunciare alla propria specifica diversità», spiega Donà.





Che analizza pure la seconda accezione di empatia. «Si può essere empatici trovando un fattore comune. Un territorio di mezzo. Lasciando un margine per le rispettive diversità. Ma il rischio è quello di essere schizofrenici. Di non essere né io né l’altro, bensì una terza cosa. Perdendo l’identità. Il pericolo, nella terra di mezzo, è quello di confonderci».  



Ma c’è una terza via dell’empatia. «Platone e Aristotele, lo sapevano già. È il pianto dell’attore in scena, a teatro, che fa commuovere anche noi del pubblico. Noi che soffriamo, ridiamo e condividiamo le emozioni di colui che sta sulla ribalta, perché sappiamo che quelle cose potrebbero accadere anche a noi. È quel che succede anche al cinema. Sappiamo bene che si tratta di pura finzione. Ma scatta il meccanismo dell’immedesimazione», continua Donà. Che trova la perfetta e contemporanea definizione di empatia. Colma d’infinita ricchezza. «Empatia è quando finalmente riesco a capire che ciò che è diverso da me non è solo diverso da me, ma è ciò che mi fa diventare più me di quello che sono. Così, quando noi mangiamo, portiamo dentro di noi il mondo esterno. Che entra a far parte intimamente di noi. Perché? Perché sono una estraneità e una esteriorità che sentiamo di dover fare nostre. Per farci diventare più noi stessi. Per farci essere più autentici».




È l’empatia come arricchimento dell’identità. È l’empatia come massima esaltazione delle differenze. Del resto, la vera unità è quella che fa esprimere al meglio i singoli elementi. Proprio come accade sulla pizza. «Anche se questa non è una pizza», precisa Donà, facendo il verso all’opera di René Magritte: Ceci n’est pas une pipe. «Voi dovete suggerire ai vostri commensali che quella che stanno mangiando non è una pizza. O almeno, non è solo una pizza. Il mistero sta tutto in quel “non”. È il so di non sapere di Socrate. È il sapere che le cose non sono mai solo quelle che sono. È il sapere che non vi sia esauribilità in quella pizza. Perché quella pizza è infinitamente molto più di una pizza». Standing ovation. 






To be continued…


Foto di Thorsten Stobbe


 

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