Colli Euganei

    Sorprendenti Colli Euganei

    Le delizie della villeggiatura fra i colli patavini. Andando alla scoperta di un variegato paesaggio, che svela anche gustosi assaggi

    “Questi sono il Lozzo, il Cinto e il Rusta. Quello è invece il Monte Venda. L’unico che si possa definire monte, perché alto 604 metri. È lui che divide il versante nord, dal clima decisamente subalpino, dal versante sud, indubbiamente più mediterraneo”, spiega, puntando il dito verso l’orizzonte Lucio Gomiero, patron di Vignalta, vitivinicola azienda di Arquà Petrarca. “Sì, sono tutti coni questi colli. Figli di quel fenomeno definito come magmatismo veneto, ma differenti, per nascita e natura, dai Lessini e dai Berici. Gli Euganei sono fatti di rocce molto particolari, riolite e trachite. La stessa pietra che riveste Piazza San Marco, a Venezia”, continua Lucio, dal cocuzzolo (si fa per dire) del Monte Gemola. Là, dove si distende Villa Beatrice d’Este: antico monastero benedettino (voluto da Beatrice I d’Este), divenuto poi residenza e ora sede di un museo naturalistico.  

    Colli Euganei: singoli e singolari

     

    Un terroir glocal

    “Noi, proprio sul versante del Gemola, abbiamo un vigneto. È da lì infatti che proviene il nostro cru, un taglio bordolese di merlot e cabernet franc. Che è ben diverso dal carménère. Anzi, è padre del carménère. Vitigno tipico del Médoc che arrivò sin qui, al Castello di Lispida, dai conti Corinaldi. Praticamente oggi è presente in Cile e in Veneto. Noi lo coltiviamo nella zona di Arquà, su scaglia calcarea. E produciamo anche un vino, utilizzandolo in purezza”, continua orgoglioso Lucio. Tracciando il profilo glocal di un terroir che ha saputo rispettare se stesso, pur aprendosi al mondo. Accogliendo - soprattutto post fillossera - vitigni internazionali. Cabernet sauvignon incluso (se ne parla bene nel volume di Salvatore Mondini I vitigni stranieri da vino coltivati in Italia, custodito nella Biblioteca Internazionale La Vigna di Vicenza, il cui consiglio scientifico è presieduto dal professor Danilo Gasparini). 

    Alla scoperta dei vigneti dei Colli Euganei e del Fior d'Arancio Passito Alpianæ by Vignalta

     

    Ad alta biodiversità

    Colli Euganei, tuffati in un’inedita landa padovana. Colli romiti. Colli singoli e singolari. Che non formano una catena, ma che si ergono in solitaria, spuntando come scogli in un mare di verde. Colli diversi. Emersi in seguito a un fenomeno eruttivo e all’emissione di materiali lavici risalenti a circa 35 milioni di anni fa. Quindi, non vulcani nell’accezione stretta del termine (non presentano crateri). Ma profondamente caratterizzati da una matrice vulcanica. Colli dall’immensa biodiversità. Colli nutriti da viti, ulivi, querce, castagni, cardi selvatici, capperi, fichi d’India nani, melograni, noccioli, mandorli, corbezzoli, nespoli, giuggioli e ginestre. Colli abitati dall’upupa e dall’allodola, dal gufo e dal pettirosso, dal cervo e dal tasso, dalla volpe e della donnola. Colli sinuosi e irti, morbidi e arditi (basti pensare alla parete arrampicata addicted di Rocca Pendice, nel comune di Teolo). Colli dal microclima variegato. Colli divenuti Parco Regionale, a conferma della loro importanza ambientale. Colli custodi di bellezza. Colli generosi. Pronti a dispensar distensive acque termali e nettari rigeneranti. Tutelati e valorizzati da un consorzio attivo e dinamico, presieduto da Marco Calaon.

    Quota 101 è capitanata da Roberto Gardina e dalle sue figlie Silvia e Roberta

     

    Vigneti, ulivi e bambù

    “Noi stiamo nel mezzo. Da questa parte c’è l’Abbazia di Praglia. E da quest’altra c’è Villa dei Vescovi, a Luvigliano di Torreglia”, spiega Roberto Gardina, titolare della maison Quota 101 (nonché presidente della Strada del Vino Colli Euganei). “Non siamo agricoltori. Ma quando vedemmo questo luogo ce ne innamorammo subito”, svela lui. Costruttore edile in quel di Rovigo e fondatore dell’azienda vitivinicola. Che si trova a 101 metri di quota. “Siamo qui dal 2010. E ora anche le mie figlie Silvia e Roberta sono coinvolte in questa avventura”, continua fiero. Guardando il panorama. E mostrando la nuovissima cantina, tutta in larice naturale e piena di luce. Preziosa di 100 metri quadrati di fruttaio. “Che può trasformarsi in sala riunioni. Nel costruirla abbiamo avuto rispetto per l’ambiente. Mantenendo, per esempio, i bambù che stanno qui davanti. Così fanno ombra. Ma abbiamo pure fatto una buona coibentazione e avuto cura dei riverberi. Perché anche chi lavora deve stare bene”. 

    La cantina di Quota 101

     

    Questione di sperimentazione

    Una cantina giovane, scattante, Biodiversity Friend, biologica e in costante divenire. Aperta all’ospitalità, di cui si occupa Andrea Monico. L’uomo marketing e il gran cerimoniere delle degustazioni. “Qui abbiamo 7,5 ettari di vigne. Che hanno circa una quarantina d’anni. Prevalentemente destinate alle uve a bacca bianca. Mentre a Baone abbiamo altri 9 ettari, più vocati alle uve rosse. Senza contare i 444 ulivi”, puntualizzano Roberto e Andrea. Mentre presentano il frizzante e non filtrato La Gobbetta. Garganega in purezza, fatta rifermentare con il mosto del fior d’arancio passito. “A Villa dei Vescovi c’è un affresco che ritrae un putto con l’uva. Probabilmente garganega”, racconta mister Gardina. “Tra l’altro cerchiamo di lavorare molto con i lieviti indigeni. Ma si sa, nel vino ci vuole molta pazienza. Ora stiamo sperimentando un raboso vinificato in bianco. Grazie al metodo classico”. 

    Quota 101 è anche Biodiversity Friend

     

    Serprino e Quentin Tarantino

    Intanto, in cantina si possono assaggiare l’estroso e complesso Manzoni Bianco, maturato in parte in legno e in parte in acciaio; il più schietto Tai; il minerale Chardonnay e il brioso, delicato e profumato Serprino. Nato dall’uva serprina (come si usa chiamarla qui), un biotipo riconducibile alla glera. E ancora il Poggio Ameno, assolo di cabernet sauvignon, piacevole come il nome che porta; il Silvano, merlot tout court; e l’Ortone, merlot, cabernet franc e cabernet sauvignon, per un vino intenso e profondo. Da gustare con l’agnello, ascoltando Perfect Day di Lou Reed e guardando Pulp Fiction di Quentin Tarantino (sì, ogni vino ha il suo abbinamento culinario-musicale-cinematografico). Non certo dimenticando il Fior d’Arancio, preziosa docg (l’unica dei Colli Euganei) a base di moscato giallo. Un vino esuberante, dorato, assolato, ambrato, armonioso e aromatico, proposto nelle versioni secco, spumante e passito. Che qui prende il nome de Il Gelso di Lapo. In ricordo dell’amato cane di famiglia, che adorava oziare sotto un gelso. Fra i vigneti. Mentre è dagli ulivi che giunge l’extravergine di casa. Un blend di leccino, frantoio e rasara che esibisce un’etichetta artistica. Creata dall’illustratrice Francesca Ferri.

    Fra le cultura dei Colli Euganei spicca la varietà rasara

     

    Il frantoio nella barchessa

    Olio extravergine. Un altro must dei Colli Euganei. Dove nasce l’autoctona oliva rasara. Protagonista assoluta di uno dei prodotti firmati dal Frantoio di Valnogaredo, a Cinto Euganeo. Fondato da Oreste Barbiero nel 1960 e oggi portato avanti dal successore Paolo, insieme alla moglie Pierangela e al figlio Filippo. Un frantoio in una barchessa: quella di Villa Contarini Piva. Dove già nel Settecento, i nobili Contarini (che alla Serenissima consegnarono ben otto dogi) facevano olio. E dove attualmente si rinnova il rito. Completato da una serie di prelibati sott’oli (c’è anche il Bagnetto della Collina), da miele (millefiori, di acacia e di castagno) e da una linea cosmetica. Consiglio: una passeggiata nella vallata fino al Buso della Casara, da cui partiva l’acquedotto romano he riforniva l’antica Ateste. Ossia la bella Este. Una delle tre città murate della zona. Insieme a Monselice e a Montagnana. 

    La Fontana family

     

    Prosciutto Veneto…

    E se a Monselice non si deve perdere una visita al suo castello e a Villa Duodo, con il suo corredo di cappelle lungo il Colle della Rocca (un percorso devozionale progettato da Vincenzo Scamozzi), è a Montagnana che ha sede il prosciuttificio Attilio Fontana. Che mutua il nome dal suo founder, nel 1919. Una lunga storia di famiglia, di passione e di attenzione. Nel saper fare un Prosciutto Veneto d’eccezione: roseo e vellutato. Stagionato (anche per 21 mesi), tatuato col sigillo metallico del consorzio (il cui presidente è Attilio Fontana “nipote”) e vestito da un’etichetta dal tono verde pastello. 

    Le oche di Michele Littamè, a Sant'Urbano

     

    … e oca in onto

    Cultura del maiale, dunque. Ma anche dell’oca. “Negli ultimi sessanta giorni di allevamento aggiungiamo latte e miele alle farine utilizzate per la loro alimentazione. Così la loro carne risulta saporita e delicata allo stesso tempo”, precisa Michele Littamé. Ormai celebre per le sue pennute, cresciute a Sant’Urbano, nella Bassa Padovana. E pure tradotte in preparazioni capaci di unire classicità e contemporaneità. Come l’oca in onto (che è un modo di conservazione e pure un Presidio Slow Food): marinata per dodici ore, messa sottovuoto col suo grasso (sale e qualche spezia) e poi cotta a 72°C per sei-sette ore. Così da risultare tenerissima. 

    Fior d'Arancio, ma non solo: la produzione della famiglia Zanovello è piuttosto ricca

     

    Fior d’Arancio Passito e zaeti

    Oca perfetta con un buon Colli Euganei Rosso. Come il Serro (merlot, cabernet franc e cabernet sauvignon) by Il Mottolo, azienda di Baone. O con un merlot in purezza: il Sassonero by Ca’ Lustra, maison della Zanovello family. Che in quel di Faedo di Cinto Euganeo sorveglia 42 ettari di terreni, di cui 25 vitati (e appena sopra i vigneti più panoramici ha realizzato un vero palcoscenico naturale, che ospita concerti: l’Anfiteatro del Venda). Una maison visionaria. Che produce anche un magistrale Fior d’Arancio Passito: polposo, luminoso e croccante. Mai stucchevole. Ideale con gli zaeti. Inconfondibile anche per via dell’etichetta che porta impresso l’alfabeto dei paleoveneti. Giusto a mostrare il segno della memoria, delle radici, del passato. 

    La maison Il Pianzio ha sede a Galzignano Terme

     

    Secco e spumante

    “Il nostro Fior d’Arancio Spumante ha note di zagara e albicocca”, puntualizza con orgoglio Nicola, ultima generazione della famiglia Selmin, meglio nota col nome dell’azienda voluta da Guglielmo e Vittorio: Il Pianzio, con sede nel comune di Galzignano Terme. “Ma non dimentichiamo il frizzante Serprino, che si ottiene da un’uva dall’acino piccolo e dal grappolo spargo”, aggiunge Selmin junior. E per un ottimo Fior d’Arancio Secco? Voilà il Fiore di Gaia, targato Borin Vini & Vigne, in quel di Monselice. Un vino originale, aromatico, sapido ed equilibrato, intitolato a Gaia (dea della Terra), ricordando il dono nuziale che fece a Era. Come simbolo di fecondità.

    La variegata collection firmata Vigne al Colle

     

    Stelle e streghe

    Ma sui Colli Euganei spicca anche il vitigno moscato bianco. Da assaporare in una lucente interpretazione “secca”: il Passo delle Streghe, griffato Vigne al Colle, alla cui conduzione se ne sta Martino Benato (ma attenzione, lui fa anche un leggiadro Fior d’Arancio Spumante). Perché Vigne al Colle? Lo si legge nel sito ufficiale: “Nelle fredde e terse serate invernali infatti, guardando dall’azienda verso il Monte della Madonna, si può assistere all’incontro della luna con il colle, coronato dal luminoso diadema di stelle del Carro Minore”. Così sia. 

    T: Cristina Viggè

    03-11-2020

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

     

    Pagina 9 di 24