“Amo cucinare tutto. Ma soprattutto quello che non mi piace mangiare. Perché? Perché è una sfida ancora maggiore. Per esempio il piccione, oppure la barbabietola, i carciofi”, svela Sara. Autrice di un piccione magistrale, scandito in petto e coscia, pâté di fegatini, cipolle alla brace, taccole e nespole. Certo, carne e frutta. Ma anche pesce e frutta, come accade nella tartare di ricciola con bottarga, crescione, rapanelli, mozzarella, lime e centrifuga di mela verde e prezzemolo. Fresco, green, delicato, eppur innervato da una vibrante nota tannica e astringente. Sara adora le variazioni e i cambi di tonalità. Adora superare le correnti gravitazionali per lasciarsi trasportare dai movimenti ascensionali della fantasia. Fra acidità e sapidità, dolcezza e amarezza, marino e terreno, croccante e soffice, speziato e balsamico. La sua è una cucina divertente e riflessiva, ludica e seriosa, rigorosa ed estrosa, razionale e folle. Italianissima, eppur cosmopolita. Senza cliché, senza barriere, senza limiti, senza confini. A tratti sorprendente, come un temporale. Magari in un Giardino di Primavera: asparago bianco, turgido tuorlo alle erbe (salvia, timo e rosmarino), piselli, polvere di olive, maionese di albumi al pepe rosa e biscotto salato. “Certamente studio le tecniche, ma mai gli stili. Né ho libri di ricette o di altri chef, perché penso che la mia mente non debba essere condizionata. Devo mettere me stessa in ogni piatto, con tutte le sfumature del mio carattere. Per questo gioco molto con i contrasti: perché sono fatta così”. E perché ogni pietanza di Sara è come una limpida pozzanghera dopo un acquazzone: rispecchia, riflette, riverbera ciò incontra. Ciò che sta su di lei, accanto a lei o che passa sopra di lei. E se ci si entra con le scarpe? Lei reagisce, elargendo i suoi schizzi. E lasciando inevitabilmente il segno.