Sorprendente periferia

    Delight: identità deliziosa

    A Nerviano, nell’hinterland di Milano, un’insegna che stupisce. Per la sua moderna architettura a tutta luce. E per una cucina di mare capace di far navigare il commensale sulle onde del mondo. E la pizza? C’è. Favolosa

    Sognava di aprire una discoteca Moreno Covelli. E invece? Ha sterzato e ha cambiato marcia. Inaugurando una concessionaria d’auto. No, nient’affatto. “Anche se per chi guida lungo lo stradone questo edificio pare davvero una concessionaria d’auto e moto”, spiega il direttore Massimiliano Montella. Descrivendo quella costruzione - tutta vetri, circolarità e verticalità - che dà forma al Delight Restaurant. Delight. Come la canzone (e l’omonimo album) by Jamie Berry feat. Octavia Rose. Ma pure Delight come delizia. Per gli occhi e per il palato. Un luogo che stupisce, sorprendendo piacevolmente vista e gusto. Sia per la struttura sui generis sia per la volitiva proposta culinaria. Che elegge a protagonista il pesce, ma in una veste inedita e curiosa. Il tutto nell’hinterland metropolitano di Milano. Esattamente a Nerviano, ma a pochi passi dal cartello di Pogliano Milanese. Dove Moreno è nato e cresciuto. “Sì, alla fine ho deciso di tornare a casa”, dichiara lui. Che dopo una lunga esperienza nella gestione ristorativa di alcune insegne nel cuore dell’urbe lombarda accetta una sfida: riaccendere i riflettori sulla periferia. Insieme al cognato (e amico) Massimiliano Dello Ioio e alla sodale Marta De Biasi.

    L'ingresso luminosissimo del Delight e i due soci Moreno Covelli e Marta De Biasi

     

    Luce, materia e immaginario

    Così Mister Covelli e soci la luce l’accendono sul serio, nel luglio 2020. Realizzando un locale dove le lights sono studiate nei minimi dettagli. Celate sotto le comode sedute e i divanetti. Perpendicolari ai tavoli. Pronte a sfilare lungo i soffitti. E felici di farsi largo fra le bottiglie, nella cantina a vista che accoglie bianchi e bollicine. Mentre all’ingresso un vertiginoso lampadario va a creare un luccicante cielo stellato. Marcando e definendo gli spazi. Che si sviluppano in un dialogo aperto fra alto e basso, verticale e orizzontale, legno e ardesia, ferro e vetro. Anzi, vetrate. Ampie e generose. Che concedono alla luce la libertà di entrare. E di inondare gli ambienti: una hall circolare, morbida e sinuosa, pronta ad accogliere e ad avvolgere gli ospiti come in un abbraccio, fra tavoli tête-à-tête e un maxi tavolone social e conviviale; la sala principale, sempre al pianterreno, scandita da angoli e nicchie; e un soppalco intimo e riservato. “Io sono amante del rustico. Ma qui lo abbiamo voluto mixare con una buona dose di eleganza e contemporaneità”, precisa Moreno. Mostrando i banconi bar al piano terra e nella zona soppalcata. “Sono stati realizzati con le assi lignee di un vecchio pontile di Genova”, specifica lui. A completare il tutto? Una grande terrazza al primo piano (per oltre un centinaio di coperti) e un giardino (con una sessantina di posti a sedere). Ideali per eventi e banchetti. Perfetti per assaporare un aperitivo in relax (dal venerdì alla domenica, dalle 18 alle 21) o per cenare nelle tiepide sere primaverili ed estive. 

    Lo chef Alex Leoncavallo e la sua cucina volitiva ed eclettica

     

    Una cucina open mind

    Una location poliedrica per una cucina esuberante ed estrosa. Messa con saggezza nelle mani di Alex (sì, Alex non è un diminutivo) Leoncavallo: natali a Bollate, mamma veneta (di Stanghella), papà pugliese (di Trani) e moglie marocchina. Risultato? Pietanze che fanno viaggiare testa e lingua. “Certo, mi piace mischiare e osare. Mescolando istinto, passione, conoscenza, esperienza. Del resto, io e mia moglie abbiamo viaggiato parecchio, anche per lavoro. Siamo stati persino in Oman e negli Emirati Arabi. E tutto questo lo metto e lo comunico nei miei piatti”, racconta Alex. Che punta il mirino sul pesce. Riletto con la lente d’ingrandimento. E così la ricciola, sublimata in tartare, conduce inevitabilmente in Sudamerica, presentata com’è in compagnia di mango e infuso d’acqua e cacao dell’Ecuador. Con un accenno di nepetella e con la cipolla a dare una virata acida a una preparazione magistralmente in equilibrio fra dolce e amaro. “Ovvio, piace o non piace. Ma questo sono io. E questa è la mia cucina”, afferma con orgoglio lo chef. Che prende per mano il commensale per guidarlo sino in Sicilia, grazie a un cannolo ripieno di ricotta e seppia, con estratto di pomodoro e ristretto di Amaro Averna. Della serie, il gusto pieno della vita. Che si sente eccome. Così come si percepisce quell’Open Sicily che è il nuovo mantra del marchio. Open. Al pari della mente di Alex. Che non pone barriere fra dolce e salato. “Il cannolo lo preparo con farina, uova, Marsala, cannella, chiodi di garofano e poco zucchero. E lo cuocio in forno. Non lo friggo”. 

    Tanto pesce nella cucina glocal di Alex, che dosa saggiamente aromi e spezie

     

    Spezie, amore e fantasia

    Eclettico Alex. Che serve pure l’insalatina di spigola scottata con arancia sanguinella, cappuccio viola e nocciole; il polpo croccante con melagrana, ribes e muffin di fave e parmigiano; i bigoli mantecati al limone di Sorrento e ricci della Galizia; i fusilloni con estratto di cime di rapa, sarde marinate e polvere di pane; e i bottoni ripieni di prosciutto di Parma, riduzione di vitello e fichi caramellati. Non tradendo il riso: un pregiato carnaroli Riserva del Fondatore (by Gallo) mantecato al carbone vegetale con stracciatella e scampi marinati al passion fruit. Una cremosa tela nera, impreziosita da un dripping pollockiano, fiero di concedere una straordinaria policromia sensoriale. Poi? Arriva lei, la rana pescatrice: nappata col miso, dorata e corredata di tarte-tatin salata e chutney di zucca. Mentre il candido merluzzetto islandese incontra il verde del tenero pak choi e il rosso della tartare di pomodoro; e il branzino cotto-non cotto dialoga con un’insalatina di finocchio e cipolla di Tropea confit. E gli amanti della carne? Non possono perdere il carré di agnello iberico. Un grand tour. Fra Libano, Marocco e Canada. Complice un’aromatica mousse di ceci arricchita dal coriandolo, una patata fondente, una salsa allo sciroppo d’acero e un mélange spicy. “Si chiama ras el hanout. Traduzione: il meglio del negozio. Viene da Agadir”, puntualizza il cuoco. Meticoloso e rigoroso nell’utilizzo di erbe e spezie. Eppur aperto a una continua ricerca e sperimentazione. Così come in costante evoluzione è la carta dei vini. Merito del direttore Montella. Un astemio pentito, come ama ricordare lui. “La cosa più bella è studiare e conoscere nuovi produttori. Ora mi piacerebbe inserire qualche etichetta armena e argentina”.

    In carta, ottimi dessert e pizze d'autore, firmate da Elia Da Campo

     

    Pizze delightful

    Diavolo veste burrata. Si chiama così, con un pizzico d’ironia (complici la delicata burrata di Andria e la piccante spianata calabrese), una delle creazioni targate Elia Da Campo. Originario di Pogliano Milanese (pure lui) e alla regia degli impasti del ristorante. Il che significa in primis pane e pizza. “Io sono innamorato delle farine Petra e la pizza la preparo con la 5037 e la 5063”, ribadisce lui. Che dal forno Marana fa uscire mirabilia tonde al piatto, ben idratate e lievitate a lungo (fino a 72 ore). Dal cornicione pronunciato, ma non esagerato. Pizze leggere e digeribili. Le cui farciture strizzano naturalmente l’occhio alla cucina. In uno scambio propositivo fra lui e Alex. Ecco allora la Carbonara, con fiordilatte, guanciale, pecorino, pepe e zabaione salato; la Gambero Nero, summa di ricotta condita, nero di seppia, gamberi rossi di Mazara del Vallo e lime; la Mare Nostro, compendio di pomodoro, capperi, stracciatella, alici, olio all’aglio e origano fresco; e la Margherita 2.0, riuscitissima sinergia fra pomodoro, fiordilatte, burrata andriese, pomodorini confit e basilico. Non dimenticando la Strabologna, green e pink, con crema di asparagi, mozzarella, mortadella, pistacchio e stracciatella; la Profumo di Montagna, ritmata da salsiccia, castelmagno, miele speziato e chips di funghi; e l’Antica Corte, con culatello di Zibello, robiola e sentori di tartufo. Anche se poi Elia imprime la sua firma autografa con la Eli-Baba, dai sapori mediterranei e vigorosi: scamorza affumicata, cipolla rossa di Tropea caramellata e aromatica vellutata di melanzana. Una pizza deliziosa. Anzi, favolosa. 

    T: Cristina Viggè

    10-05-2022

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