Sorsi lussuosi

    Ambra e oro nel bicchiere

    Rum e Armagnac. Cosa c’entrano l’uno con l’altro? Nulla. Se non per il loro tono aureo o bronzeo, la loro assoluta eleganza, la loro vigorosa energia e la loro storia. Sulla qualche, talvolta, è bene riaccendere la luce

    Il Sidecar arriva, facendo una sterzata sul finale. “In questo caso non abbiamo utilizzato il Cognac, bensì l’Armagnac Janneau, unitamente a una parte citrica e al cardamomo nero”, spiegano al The Doping Bar - l’esclusivo spazio all’interno dell’hotel Aethos di Milano (appena insignito del Premio Bar d'Albergo dell'Anno ai Barawards 2022) - servendo il drink in salotto. Armagnac dunque, al posto del più celebrato e osannato cognac. Perché no? “L’Armagnac ha molta più storia del Cognac, ma meno secoli di marketing”, tiene a precisare Gabriele Rondani, che in Rinaldi 1957 sta proprio alla regia del marketing. “Del resto, l’Armagnac nasce in Guascogna, a sud-ovest della Francia, fra Toulouse e Bordeaux, dunque lontano dal fiume Charente e dai mercati di sbocco commerciali, diversamente dal Cognac. Per questo i viticoltori guasconi cercavano di vendere il loro vino e, quando non andava benissimo, facevano Armagnac”, continua Gabriele, facendo luce sulla più antica acquavite di Francia. Onorata persino da Alexandre Dumas e dal sue eroe D’Artagnan, ne I tre moschettieri.

    La collection di Armagnac Janneau al The Doping Bar di Milano

     

    Un velluto di nome Janneau

    Un distillato di vino dunque. Figlio prediletto dei vitigni ugni blanc, folle blanche e baco. Cresciuti in una zona in perfetto equilibrio fra clima oceanico (a ovest) e brezza mediterranea (a est). Una terra di mezzo, benedetta. Persino dalla Aoc, l’Appellation d’origine contrôlée. “Ma pure una terra molto variegata. Suddivisa com’è in tre diverse zone: Bas Armagnac, la più a occidentale; Armagnac Ténarèze, la più centrale; e Haut Armagnac, la più orientale. Aree talvolta più sabbiose, talaltra più calcaree e argillose”, puntualizza Jean-Noȅl Dollet, direttore e mastro cantiniere della maison Janneau: fondata nel 1851, con sede a Condom e rappresentata in Italia da Rinaldi 1957. Un’azienda importante Janneau, meritevole d’aver reintrodotto nel 1972 la doppia distillazione. “Che regala toni più freschi e floreali. Mentre le acquaviti che provengono esclusivamente da una singola distillazione sono decisamente più robuste”, commenta monsieur Dollet. Ricordando come la maison possa avvalersi di entrambi i metodi di lavorazione. Per prodotti più vari, complessi, raffinati. Come accade per l’Armagnac Janneau VSOP, l’icona, il simbolo della casa: una miscela di acquaviti iper selezionate, alcune delle quali lasciate invecchiare per vent’anni nelle botti di rovere francese, all’interno delle cantine centenarie. E se il suo colore vibra fra luminosi toni d’ambra, al naso svela note di fichi e miele d’acacia, mentre al palato concede nuance tostate e speziate. Perfetto da solo, ma ideale da sposare a una tartare di manzo con gel di Bloody Mary e olio al basilico.

    Gabriele Rondani di Rinaldi 1957 e Jean-Noȅl Dollet presentano le diverse tipologie di Armagnac Janneau

     

    Armagnac giovani e vintage

    Blend di due tipi di distillazione - semplice e duplice - pure per l’XO, sofisticato e lussuoso assemblaggio di acquaviti maturate in botte per oltre trent’anni, il cui tono vira decisamente verso il brunito. Fra sentori di prugne, caramello, frutti canditi e dulce de leche. Ideale persino in pairing con cozze e pan brioche (provare per credere!). Solo doppia distillazione invece per il 12 Anni, ottenuto dal vitigno ugni blanc. Un nettare ambrato e vellutato, pronto a esprimersi tra accenni di frutta secca e boisé. Da sorseggiare sul divano, davanti al camino. O a tavola, davanti a un risotto alla milanese. Ancora più ricco e autorevole il 18 Anni ed esclusivo e aristocratico il 25 Anni, il più veterano della gamma che prevede unicamente la doppia distillazione in alambicco discontinuo. E per chi ama le grandi annate? Voilà gli Armagnac Janneau millesimati, come il 1982 o addirittura il 1972, quando ancora non era stata introdotta la doppia distillazione. Il che significa grand Armagnac di 40 e 50 anni, vintage e âgée, perché rimasti sempre in legno e imbottigliati di recente. Per sorsi sorprendenti. Anche con una torta al cioccolato.

    Il Ron Matusalem celebra i suoi primi 150 anni

     

    Ron Matusalem: eterna eleganza

    Anche lui ha il colore dell’ambra. Ma la sua origine è ben diversa. Anzitutto geograficamente. “Lui nasce nelle Barbados ed è un distillato di canna da zucchero. Dalla quale in principio si ricavava ovviamente lo zucchero. Fu verso il 1650 che si scoprirono le prime tracce dell’aguardiente de caña. Si notò infatti che il residuo liquido e scuro della lavorazione poteva fermentare ed essere distillato”, spiega il brand expert di Matusalem Mattia Corunto, nel bel mezzo di una masterclass al Rita & Cocktails, lungo il milanese Naviglio Pavese. Una storia avvincente quella di questo prezioso distillato, menzionato per la prima volta nel 1661 dal governatore della Giamaica sotto il nome di rhum. Che in Spagna divenne ron e in Inghilterra rum. Poi? Accadde che la domanda aumentò e con essa le distillerie, specialmente nelle colonie inglesi - il cosiddetto New England -, utilizzando sempre la materia prima delle colonie francesi. Ma sul finire del Settecento Cuba conquistò il monopolio delle esportazioni di zucchero, sia per l’America sia per l’Europa. E fu proprio a Santiago di Cuba che i fratelli spagnoli Benjamín ed Eduardo Camp, in tandem con Evaristo Álvarez, svilupparono una formula innovativa, dando vita al Ron Matusalem. “Loro ebbero il merito di applicare il metodo solera al rum”, puntualizza Matteo. Ricordando il 150esimo anniversario della maison, ormai giunta alla quinta generazione, sempre sotto la regia degli Álvarez. Ma il nome Matusalem? Si ispira al biblico personaggio vissuto per 969 anni, visto che il progetto dei fondatori era quella di creare un prodotto unico, indimenticabile, highlander, oltre le mode. Inoltre accadde un fatto: stormi di rondini sorvolarono gli impianti di produzione e addirittura vi nidificarono. Da qui la scelta di eleggere il volatile, simbolo di libertà, quale icona del logo.

    Ottimo in purezza, il Ron Matusalem si presta a molteplici abbinamenti. E può essere valorizzato nei cocktail

     

    L’immortale e l’Insolito

    Un rum identitario. Nato a Cuba e cresciuto ed evoluto nella Repubblica Dominicana. Un rum che, a distanza di un secolo e mezzo, rimane ancora un cult. E per questo bisogna saperlo degustare. “Un distillato non è un vino. Ha un volume alcolico elevato e quindi il naso bisogna tenerlo a una distanza di 12-13 centimetri dal bicchiere. Inoltre si deve aprire e chiudere la bocca. Il respiro è importante nella degustazione. Si scoprono sfumature diverse”, commenta Corunto. Ecco allora il Gran Reserva 15, dalle note aromatiche di cocco, vaniglia e chiodi di garofano, che vanno ad unirsi a sfumature legnose e burrose. Un rum dai riflessi ramati e rossastri, invecchiato in botti - che prima hanno custodito il bourbon - leggermente tostate, per conferire note fruttate. Tracce di miele, melassa e vaniglia invece per il sontuoso Gran Reserva 23, orgoglioso di esibire il suo oro intenso e profondo, dovuto al lungo invecchiamento in barili di quercia, tenendo rigorosamente fede al metodo solera. E l’Insolito? È il fuoriclasse della famiglia: un rum rosa, ispirato ai rosati nettari provenzali. Frutto di un affinamento per tre anni in botti di ex Tempranillo, il vino (e il vitigno) della Roja spagnola. Ma anche figlio di un accurato blend, visto che la parte “matura” viene unita al Gran Reserva 15, per regalare un rum vinoso dai piacevoli tratti tannici e assolutamente unconventional.

    T: Cristina Viggè

    21-12-2022

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