Letteratura e lievitazione

    Manzoni, il panettone e la solidarietà

    Vero, ormai lo fanno (benissimo) in tanti: pasticceri, fornai, chef e pizzaioli. Da nord a sud, da est a ovest. Anche in tante golose varianti, rispettose della filiera e del territorio. Ma un dotto volumetto fa luce sulla vera origine del panettone. Nato e cresciuto a Milano, prodotto da prestinari e offellai. Tanto che in casa Manzoni lo si mangiava tutti i dì, a colazione

    In casa Manzoni era affare piacevolmente quotidiano. Scrivere, ovvio. Ma anche mangiare panettone. Al punto che nel milanese domicilio di via Morone 1 pare che la seconda moglie di Alessandro, tal Teresa Borri, vedova Stampa, consumasse (volentieri) panettone a colazione. Lo si evince da un di lei scritto, datato 2 gennaio 1837: "Bene panatonata". Participio passato del verbo - un chiaro neologismo - panatonare, purtroppo mai entrato in un vocabolario ufficiale e nel linguaggio popolare. Insomma, un gesto consueto quel manzoniano mangiar panettone. Confermato da un biglietto che il sommo scrittore (in esilio volontario a Lesa, sul Lago Maggiore) spedì (il 18 luglio 1850) al figlio Pietro, chiedendo per Teresa “panattone di tre o quattro libbre … Ad Arona, con mia sorpresa, non se ne fa altro che per Natale”. Da cui vien da pensare che invece a Milano fosse cosa semplice acquistarlo tutto l’anno nelle offellerie. Della serie, oggi si parla tanto di destagionalizzazione. Ma già a quel tempo nella città della Madonnina era normale panatonare.

    La maison Vergani ha dedicato ad Alessandro Manzoni un panettone: classico ma specialissimo

     

    Quel pane addobbato

    Passaggi interessanti e a tratti sorprendenti quelli minuziosamente raccolti e messi nero su bianco nel pregevole libretto, pardon plaquette, curata dall’insigne professor Angelo Stella: linguista, filologo e presidente del Centro Nazionale Studi Manzoniani. Un volumetto prezioso (in vendita a 10 euro sul sito o presso il bookshop della Casa del Manzoni), nato su stimolo di una storica maison come Vergani: Il panettone che è di Milano. “Il prossimo anno, a maggio, ricorrerà il 150esimo anniversario della morte di Alessandro Manzoni. Da qui l’idea di creare un’edizione speciale del panettone classico, rendendo omaggio all’illustre scrittore. Ma anche di sostenere una ricerca in grado di definire le origini di questo dolce. Per noi, che produciamo panettone da quattro generazioni, e siamo di fatto rimasti gli ultimi milanesi a farlo in città, questo pregevole studio che avvalora, documentandola, la milanesità del panettone, è uno stimolo a perpetrare una tradizione secolare con passione e qualità”, spiega Stefano Vergani. “Anche se nel Seicento non era propriamente panettone, bensì un pane grande, prodotto dai prestinari”, specifica il professor Stella. Mandando al bando pan del Toni e verosimili leggende. Ma rimarcando l’ambrosiana paternità (e maternità) del panaton, come precisa Giovanni Capis nell’operetta Varon Milanes, De la lingua de Milan; o del panattoncome puntualizzano Ugo Foscolo (in uno scritto del 1802 all’amata Antonietta Fagnani Arese) e Francesco Cherubini (nel Vocabolario milanese-italiano, anno Domini 1814). Un pane grande, insomma, che passo dopo passo si è andato arricchendo di zucchero, uova, cedro e altro. Ma che in principio eleggeva solo burro, uvetta e spezie. Un (sostanzioso) menu natalizio del pavese Collegio Borromeo (citato nei Promessi Sposi), datato 23 dicembre 1599, ne attesta i primordiali ingredienti.  

     

    “Son squisito?… El soo anca mì!
    Mai mangiato de inscì bon?
    savio perché l’è inscì?
    Perché sont el panatton,
    on bombon de cà, a la man,
    che l’è bon ’me ’l so Milan”.


    Da la "lauda" al panettone di Giovanni Barrella.

    In alto, Alberto Roffia al lavoro nella sua pasticceria Alvin's (foto di Fabiola Terenzio). In basso, i panettoni di Alvin's, Gelsomina e Baunilla

     

    Lasciandolo “in sospeso”

    Un pane sempre più ricco. Come anche ribadisce Giuseppe Sorbiatti nel volume del 1855 La Gastronomia Moderna. Istruzione elementare pratica della Cucina, Pasticceria, Confettureria e Credenza ornata di più disegni intercalati nei testi. Panettone stimato e citato da sopraffini autori: da Ippolito Nievo (ne Le Confessioni di un italiano) a Carlo Dossi (ne L’Altrieri), da Giovanni Verga (nei racconti Per le vie) a Emilio De Marchi (in Arabella). Panettone amato e consacrato dai letterati. Panettone lasciato in sospeso. Sì, Panettone Sospeso. Come a Napoli si usa fare per il caffè. In pratica? A Milano, fino al 19 dicembre si può andare in pasticceria, acquistare un panettone e lasciarlo “già pagato”, destinato a chi è meno fortunato. Perché in stato di indigenza, solitudine o di emarginazione. Non solo. Per ogni panettone lasciato in sospeso, le pasticcerie si impegnano ad aggiungerne un altro, raddoppiando così le donazioni. Una lodevole iniziativa, giunta alla sua quarta edizione e voluta dall’Associazione Panettone Sospeso, fondata da Gloria Ceresa e Stefano Citterio. Fra le insegne aderenti: Alvin’s, Gelsomina, Cracco, Baunilla, Martesana, Marlà, Giacomo, Vergani e molte altre (qui l’elenco completo). Destinatari della campagna 2022 sono la Casa dell’Accoglienza Enzo Jannacci e i Custodi Sociali del Comune di Milano (attivi in tutti i nove municipi). Ma non solo, anche le reti QuBì, che hanno l’obiettivo di contrastare la povertà infantile nella metropoli lombarda; il Progetto Arca Onlus, che ogni giorno offre assistenza in strada, pasti caldi, cure mediche e accoglienza a migliaia di persone povere; e la rete di tutte le realtà del terzo settore che collaborano con il Comune di Milano, per dare supporto ai senzatetto. E chi non abita a Milano? Può sostenere comunque l’associazione no-profit, dando il proprio contributo a distanza, mediante una donazione sul sito ufficiale. Il denaro raccolto verrà poi trasformato in panettoni. PanatoniAmo?

    T: Cristina Viggè

    07-12-2022

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