Passaggi interessanti e a tratti sorprendenti quelli minuziosamente raccolti e messi nero su bianco nel pregevole libretto, pardon plaquette, curata dall’insigne professor Angelo Stella: linguista, filologo e presidente del Centro Nazionale Studi Manzoniani. Un volumetto prezioso (in vendita a 10 euro sul sito o presso il bookshop della Casa del Manzoni), nato su stimolo di una storica maison come Vergani: Il panettone che è di Milano. “Il prossimo anno, a maggio, ricorrerà il 150esimo anniversario della morte di Alessandro Manzoni. Da qui l’idea di creare un’edizione speciale del panettone classico, rendendo omaggio all’illustre scrittore. Ma anche di sostenere una ricerca in grado di definire le origini di questo dolce. Per noi, che produciamo panettone da quattro generazioni, e siamo di fatto rimasti gli ultimi milanesi a farlo in città, questo pregevole studio che avvalora, documentandola, la milanesità del panettone, è uno stimolo a perpetrare una tradizione secolare con passione e qualità”, spiega Stefano Vergani. “Anche se nel Seicento non era propriamente panettone, bensì un pane grande, prodotto dai prestinari”, specifica il professor Stella. Mandando al bando pan del Toni e verosimili leggende. Ma rimarcando l’ambrosiana paternità (e maternità) del panaton, come precisa Giovanni Capis nell’operetta Varon Milanes, De la lingua de Milan; o del panatton, come puntualizzano Ugo Foscolo (in uno scritto del 1802 all’amata Antonietta Fagnani Arese) e Francesco Cherubini (nel Vocabolario milanese-italiano, anno Domini 1814). Un pane grande, insomma, che passo dopo passo si è andato arricchendo di zucchero, uova, cedro e altro. Ma che in principio eleggeva solo burro, uvetta e spezie. Un (sostanzioso) menu natalizio del pavese Collegio Borromeo (citato nei Promessi Sposi), datato 23 dicembre 1599, ne attesta i primordiali ingredienti.