Sarà perché Silvano era uno dei migliori amici di mio padre. Sarà perché Wladimiro (con la “W” però) era un altro dei migliori amici di mio padre. Sarà perché mio padre si chiamava (e nel mio cuore si chiama ancora) Renato. Sarà per tante cose che questa storia la sento un po’ mia. Anche se io non amo parlare di me quando racconto degli altri. Anche se non amo usare la prima persona quando scrivo un articolo. Ma stavolta è diverso. Perché Silvano è diverso. E va amato per quello che è: un locale “senza fermate né confini, solo orizzonti neanche troppo lontani” (Grignani docet), che vuole esplicitamente fare il verso a quella canzone scritta e cantata, sul finir degli anni Settanta, dai mitici Jannacci, Cochi e Renato (per l’appunto). “Io e Cesare tornavamo da Ein Prosit. Eravamo in auto e ascoltavamo Jannacci. Il nome è venuto fuori così. Un nome insolito, in un testo che parla di diversità, ma anche di possibilità, di cambiamento e di speranza. Parole che segnano un’epoca precisa, che raccontano un periodo movimentato, venuto prima della Milano da bere. Silvano era perfetto per il locale che volevamo. Un po’ scanzonato e leggero”, spiega Vladimiro (con la “V”) Poma. Millesimo 1984, radici tuffate a Imperia, i primi passi fatti nel ligure ristorante di famiglia, sino a prendere la strada per Milano. Dove conosce Cesare Battisti, al Ratanà. Per poi entrare alla corte dell’Erba Brusca, partire per il Perù (approdando da Astrid y Gastón) e ritornare. Sempre nell’headquarter di chef Battisti (e della sua Federica). Che dopo aver aperto anche il Remulass (in via Nino Bixio) e il Pastificio Ratanà (in via Pastrengo), l’ha voluto al suo fianco in questo giovane progetto. Felice di vibrare in piazza Morbegno, nel cuore di NoLo, il quartiere-acronimo noto per la sua anima multietnica, cosmopolita e inclusiva.