Colline e concetti

    Langhe reloaded

    Osservare una bottiglia. Prima di guardare dentro la bottiglia. L’Unione Produttori Vini Albesi insegna moltissimo: anche ad avere un differente punto di vista. Per ammirare un territorio da una nuova prospettiva

    Una bottiglia può insegnare. Anche a osservare le cose da una diversa angolazione. Una bottiglia può abbracciare, accogliere, custodire, difendere, tutelare, valorizzare, comunicare quello che contiene. Una bottiglia può far riflettere e ragionare. Una bottiglia può persino divenire vessillo di un territorio. Accade per Albeisa. Molto più che vetro. Molto più che un mero contenitore. Una bottiglia che si fa messaggio, concetto, progetto, scrigno di una bucolica comfort zone piemontese: quella cuneese delle Langhe (e del Roero). Una bottiglia antica eppur modernissima, innovativa e sostenibile. Che affonda le sue radici nel passato per trasmetterle al futuro. “Perché questa è la bottiglia storica del nostro territorio. Con lei i produttori andavano persino a fare competizioni internazionali, trecento anni fa”, spiega Marina Marcarino, alla guida della cantina neivese (certificata biologica) Punset, ma pure presidente del consorzio Albeisa. Che è bottiglia, ma pure collettivo, gruppo, associazione: Unione Produttori Vini Albesi. Ben 314 i soci, per 23 milioni di bottiglie utilizzate nel 2022. “Noi siamo questo. E questo è il nostro territorio. E per conoscerlo meglio, a gennaio, proponiamo un appuntamento come Nebbiolo Prima. Un’anteprima internazionale delle nuove annate in commercio di Barolo, Barbaresco e Roero”, continua orgogliosa Marina. Che intanto invita ad ammirare le Langhe in maniera insolita e inedita. Perché se è bello alzare gli occhi al cielo, talvolta si scoprono meraviglie guardando in giù. Perché se la luce è magica, anche il buio può riservar sorprese. Perché se è straordinario versare un vino in un calice, ancor più emozionante è prendere in mano una bottiglia. 

    Le Langhe e la bottiglia dedicata ai vini delle Langhe

     

    L'energia del vetro

    E una bottiglia iconica Albeisa lo è davvero. Storica e attualissima. Artigianale e glocal. Eclettica e disciplinata. Nata, scomparsa e rinata (esattamente 50 anni fa). Sì, perché la sua creazione risale agli inizi illuminati e illuminanti del Settecento. Quando i produttori dell’Albese, fieri del proprio fare, per rivendicare personalità e identità decisero di adottare una bottiglia dalla forma unica, in vetro scuro, pronta a distinguersi e a contraddistinguersi. Del resto si sa, a quel tempo il vino era commercializzato in recipienti di legno. Fabbricare bottiglie era operazione gravosa e onerosa, quindi destinata solo a vini di alto pregio, remunerati in modo tale da compensare i costi sostenuti. Senza dimenticare un altro dettaglio fondamentale. “Anticamente Alba era un porto fluviale (Tanaro imperat, ndr). Le sue sponde erano ricche di sabbia, mentre le colline sono ancora preziose d’argilla. Qui vi era una fortissima tradizione di fornaci, per la produzione di mattoni e vetro. Le bottiglie venivano soffiate a bocca”, precisa madame Marcarino. Poi? La decadenza e la scomparsa della simbolica bottiglia, per via della supremazia delle francesi champagnotte, bordolesi e borgognotte. Sino alla scoperta, da parte di Renato Ratti, di “strane” bottiglie in un infernot. Da qui la rinascita e il desiderio di riprodurre l’Albeisa. Anno Domini 1973. E tutto grazie a sedici produttori lungimiranti, capaci di aver visto in una bottiglia molto più che una bottiglia. Una Bottiglia di Origine Controllata e Garantita (Bocg) che porta impressa, sulla spalla, la scritta Albeisa. Reiterata per quattro volte. Così da non sfuggire all’occhio. Una bottiglia snella ed elegante. Simile per altezza e diametro alle cugine d’Oltralpe, ma diversa. A realizzarla? Le Vetrerie Italiane di Dego (in provincia di Savona), oggi Verallia.    

    Le Langhe, patria di nobili vitigni, fra cui il nebbiolo

     

    Message is a bottle

    Una bottiglia nobile, che nobilita un vino. Anche se a dire il vero le bottiglie sono di tante misure e tanti sono i vini doc e docg in esse contenuti. Ecco allora la bottiglia tradizionale (in vetro bianco, rosso bruno, verde antico e verde etrusco) e quella destinata al metodo classico (per esempio all’Alta Langa); la bottiglia ad hoc per il tappo a vite (in primis per le esportazioni nei Paesi nordici e negli Stati Uniti), quella piccola (da 37,5 cl e da 50 cl) e quella magnum (da un litro e mezzo, tre e cinque litri). Senza dimenticare l’Albeisa pesante e quella leggera, creata a partire dal 2007. Per una versione più light, rispettosa dell’ambiente (basti pensare che il peso è di circa il 22% inferiore al modello tradizionale, con un risparmio di 125 grammi di vetro). Risultato? Meno materia prima utilizzata, meno energia, meno rifiuti e una maggiore agilità. “La nostra è una bottiglia che non solo rivela una forte identità, ma che si fa ambasciatrice di una grande qualità. Tant’è che per far parte dell’associazione bisogna anche avere determinati requisiti”, puntualizza la presidente Marcarino. Insomma, un contenitore speciale che ha le sue regole. E il suo regolamento. Non basta infatti essere un produttore in Langa per far parte de gotha di Albeisa: bisogna usare la bottiglia almeno per un prodotto, almeno una volta all’anno e solo per vini provenienti da vigneti coltivati all’interno dalla zona denominata Langhe. Inoltre, è necessario avere la sede produttiva all’interno dei confini delle Langhe, nonché essere ammessi al consorzio. Ça va sans dire.

    In alto a sinistra, Marina Marcarino, presidente del consorzio Albeisa. In alto a destra e in basso, il vigneto-laboratorio a Grinzane Cavour

     

    Contenitore e contenuto

    Nel frattempo Albeisa ha creato la propria sede ad Alba, all’interno di Palazzo Govone. “Non vogliamo essere un ufficio turistico e non vogliamo neppure vendere bottiglie. Vogliamo proporre esperienze e dare un messaggio ai consumatori, guidandoli in degustazioni tematiche e portandoli alla scoperta di un territorio che da qui si allunga verso la Liguria”, commenta Marina. Sempre più fiera di una bottiglia-bandiera identificativa, che unisce, connette, collega. Una bottiglia corale e contemporanea, che parla un linguaggio moderno e che si fa portavoce di un terroir dinamico, culla di vitigni generosi. Come il bianco arneis, ben diffuso nel Roero, delicato e gentile, floreale e fruttato, che non presenta mai un’acidità elevatissima. E come il rosso dolcetto, dai tannini morbidi e mai eccessivi, e dal finale tutt’altro che dolce, piuttosto amaro ed erbaceo, che lo rende perfetto per accompagnare anche i piatti più pregiati. E ancora, il barbera, copioso e profondo, abbonante e strutturato, pieno e autorevole, persino al naso, dove si esprime tra more e amarene. E poi lui, il nebbiolo, l’ultimo a farsi vendemmiare, amante della nebbia e dell’autunno. “Il nebbiolo in Piemonte vive benissimo. E dà vini di grande complessità e di assoluta eleganza. Anche se ogni vigna ne regala peculiari espressioni, a seconda delle annate. Da cui anche le menzioni geografiche aggiuntive”, dichiara il sommelier Luca Giordana. Che non dimentica altri vitigni indigeni, quali freisa e favorita, grignolino e pelaverga.   

     

    “Io sono un po’ la Don Chisciotte del dolcetto. Perché dona un vino che ben si lascia accompagnare al cibo”, afferma Marina Marcarino, che nella sua cantina Punset produce un Dolcetto d’Alba Superiore in armonia con la natura.

    La Collezione Ampelografica Grinzane Cavour

     

    Salviamo i tartufi (e i vitigni)

    Un consorzio volitivo Albeisa. Autentico e trasparente, come il vetro. In prima linea anche nello sposare virtuose iniziative green come Save The Truffle, che ha previsto il ripopolamento, in modo naturale, di piante tartufigene nelle zone di confine delle vigne, per interrompere la monocoltura e favorire la biodiversità. “Sono già stati messi a dimora oltre cinquecento alberi: querce, pioppi, tigli”, ricorda Marina. Che tiene moltissimo a un altro progetto: la Collezione Ampelografica Grinzane Cavour. Un ettaro e mezzo di meraviglia posizionato ai piedi del castello appartenuto a Camillo Benso Conte di Cavour (ora qui trovano spazio Il Museo delle Langhe, l’Enoteca Regionale Piemontese Cavour, l’open-air museum In Vigna e un ristorante, capitanato dallo chef Alessandro Mecca). Un vigneto-laboratorio, che va costantemente accudito e monitorato. Grazie all’energia e alla determinazione dell’Unione Produttori Vini Albesi, in sinergia con l’Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante del CNR (il cui responsabile scientifico è Giorgio Gambino). E con il supporto tecnico dei Vignaioli Piemontesi e le cure colturali dell’azienda agraria di Grinzane (dell’Istituto Umberto I di Alba). Una biblioteca genetica a cielo aperto. Una collezione in evoluzione, capace di raccogliere cinquecento varietà di viti. “Si tratta soprattutto di vitigni minori, del nord-ovest d’Italia. Anche se i vitigni non hanno confini”, puntualizza il professore Stefano Raimondi, impegnato sul campo. Cinque le piante in fila per ogni tipologia, poi si cambia. “Le finalità di questo lavoro sono diverse. Didattica, conservazione, studio, distinzione. Non trascurando valutazioni agronomiche ed enologiche. Vengono fatte anche microvinificazioni, per capire se alcuni vitigni possano avere un futuro produttivo”, prosegue Raimondi. Mentre mostra la bizzarria variegata, una chimera con acini e grappoli banchi e neri; il baratuciàt (dagli acini bianchi ed ellittici); l’uva teinturier, ricchissima di antociani (non solo sulle foglie, pure nella polpa) e progenitrice di tutte le uve tintorie; l’uva Gerusalemme (dai grappoli ramificati e lunghissimi) e l’uva Mattarella (originaria del Polesine). E se il grappolo è incorniciato da frastagliate fronde che paiono foglie di prezzemolo? Si è di fronte al francese chasselas cioutat.

    In cerca di tartufi a Trezzo Tinella

     

    Nel ventre di Alba e del bosco

    Rispettare l’ambiente, valorizzare la biodiversità e recuperare la memoria, per consegnarla al domani. Anche questo intende fare Albeisa. Che si fa promotrice di un differente modo di guardare e vivere le Langhe. “Che non a caso sono Patrimonio dell’Umanità, insieme a Roero e Monferrato”, rammenta la Marcarino. Sì, affascinanti e seducenti, soprattutto se assaporate da una nuova prospettiva. Perché se Alba è bella, lo è ancor più Alba Sotterranea: un viaggio al centro e alle radici della città, coordinato dal Museo Civico Eusebio e gestito dall’aps Ambiente & Cultura. Un iter in 32 tappe che, snodandosi da piazza Risorgimento a via Vittorio Emanuele II, da via Vernazza a via Cavour, da corso Bixio a corso Matteotti, conduce alla scoperta di Alba Pompeia. Fra quel che resta del foro, del teatro, delle terme, dei mosaici, delle domus, delle strade e della cinta muraria dell’epoca romana; e quel che rimane di case-forti e torri medievali (l’urbe ne vantava una trentina). E se alla fermata 22 non manca un vis à vis con Publio Elvio Pertinace (albese, figlio di un liberto e imperatore per pochi mesi), alla tappa numero 2 si entra nella chiesa di San Giuseppe. E si può salire sul campanile. Per un panorama mozzafiato. Ma non finisce qui. È proprio il Teatro Sociale Giorgio Busca di Alba a ospitare, il 26 e 27 novembre il Food for Future Festival - Cibo in Movimento. Una due giorni a tu per tu con riflessioni e digressioni sulla ristorazione. E poi Alba è anche sinonimo di tartufo. Così, laddove da ottobre a dicembre prende forma la Fiera Internazionale del Tartufo Bianco (giunta alla 93esima edizione), è nato il Mudet, il Museo del Tartufo. Aperto tutto l’anno e ospitato in uno spazio di ben 530 metri quadrati (intorno al Cortile della Maddalena), articolandosi in quattro sezioni e dieci sale. Per conoscere gli aspetti naturalistici, storici, culturali e gastronomici del prezioso e prelibato fungo ipogeo. In alternativa? Si può andar nel bosco in compagnia di un cane lagotto (razza propensa alla cerca) e di un truffle hunting dell’Associazione Trifulau Colline di Langa. Come Piercarlo Vacchina, che passeggiando a Trezzo Tinella insieme ad Ara e Pippo racconta: “I terreni migliori sono i calcarei, come quelli dei vigneti. Le piante più adatte sono invece pioppi, salici, tigli, carpini, querce e noccioli”. Intanto, poco distante, otto ettari di noccioleti fanno da sfondo a Cascina Langa. Buen retiro rurale dall’accoglienza solare. Dove le parole di Bebbe Fenoglio irrompono nel silenzio.  

     

    “Il tartufo bisogna mangiarlo prima possibile, invitando meno gente possibile”, insegna Piercarlo Vacchina. 

    In alto, la torre e gli affreschi del Castello di Serralunga d'Alba. In basso, il monumento alla Donna di Langa, una vista panoramica dal Castello di Serralunga e le grappe di Romano Levi

     

    Fra torri e scale, paesaggi in verticale

    In auto, a piedi, in bicicletta, in e-bike. Affidandosi all’Associazione Trekking in Langa. Così si possono vivere le Langhe. Lingue di terra, colline dalla forma allungata che dal fiume Tanaro salgono e scendono, volgendo verso la Liguria. E proprio al Tanaro è bello volgere lo sguardo salendo in cima alla Torre di Barbaresco (alta 36 metri). Per avere tutto intorno a sé. Per sentirsi al centro del mondo. E per capire che le Langhe stanno alla destra (del fiume); mentre il Roero se ne sta alla sinistra. E pure a Neive - uno dei Borghi più Belli d’Italia - il consiglio è quello di salire: sulla Torre dell’Orologio. Per poi gironzolare fra le strade acciottolate, fare una sosta alla Bottega dei Quattro Vini (Barbera d’Alba, Dolcetto d’Alba, Moscato d’Asti e Barbaresco) e visitare il museo Casa della Donna Selvatica, dedicato a Romano Levi. Produttore di grappe, certo. Ma anche poeta e disegnatore di etichette. Come quelle che ritraggono le selvatiche donne di Langa. Stupite, scarmigliate, libere e felici. “Un po’ streghe, un po’ fate”, come direbbe Levi. Indubbiamente qualcosa di magico ha il Castello di Serralunga d’Alba, che svetta dall’alto della collina. Distinguendosi per la sua struttura snella, slanciata e vertiginosa, per la sua torre quadra e per la sua torre tonda. Una fortezza del Trecento, difensiva e non residenziale, costruita in soli 17 anni (dal 1340 al 1357) e voluta dalla famiglia Falletti. To do: ammirare gli affreschi; osservare da vicino i muri, per notare aste, segni e croci; e salire al terzo piano. Per dominare le Langhe.

    A sinistra, alcune delizie della Cantina del Rondò di Neive. Al centro, Davide Manera (nello scatto di Francesca Paluan). A destra, il torrone servito da Ostu di Djun

     

    Sapori rurali

    Vale il viaggio. E le tre stelle Michelin riconfermate per l’ennesima volta ne sanciscono eminenza ed eccellenza. Ad Alba, Piazza Duomo e il suo Enrico Crippa restano una colonna gastronomica inossidabile. Ma passeggiando per le vie due sono i suggerimenti: entrare in una Drogheria con la “D” maiuscola (un’altra bottega è presente a Barolo) per conoscere da vicino Palmina, una crema di nocciole tostate da agricoltura biologica (quella di Cascina Langa); e fare tappa da Alba e le 100 Teglie (con palese rimando alle antiche 100 torri), guidata da Davide Manera (che tiene le redini pure della trattoria della pizza Nostra Manèra, a Cornegliano d’Alba). Da assaggiare? La Marghe Cauda, per una bagna cauda in versione pizza; il vitello tonnato in formato panino; nonché il Bunettone, della serie quando il bunet sublima in panettone. Vitel tunè alla borghese, insalata russa (strepitosa), sformato di peperoni con salsa all’acciuga e rabatun (rotoli di ricotta ed erbe selvatiche) invece alla Cantina del Rondò di Neive. Che fra le brume autunnali propone anche un intero menu inondato dal tartufo bianco. Fiero di impreziosire la carne cruda di vitella albese battuta al coltello; l’uovo nel bignè con fonduta al raschera; e i tajarin. Pronti a tornare anche sulla tavola ironica e sagace dell’Ostu di Djun, in quel di Castagnito d’Alba. Ostu come osteria. Djun, come i nodi dei rami degli alberi. Una cosa è certa: qui i tajarin sono intrecciatissimi col ragù (alle tre carni: di maiale, coniglio e vitello); tartare e carpaccio sono un must; il risotto al raschera con uovo barzotto è un cult; la moka è in formato magnum e il torrone alle nocciole gentili arriva a completare un pasto gioioso e vivace. 

    Amy e Marc presentano il loro ristorante a Castagnito d'Alba

     

    Tajarin, charme e gentilezza

    E proprio a Castagnito d’Alba si è trasferito lo chef Marc Lanteri (prima al Castello di Grinzane Cavour), insieme alla moglie Amy Marcelle Bellotti. Originaria del Colorado lei; natali affondati a Tenda lui (paesino posizionato poco oltre il confine piemontese, sul versante francese della Val Roya). Un gentiluomo Marc; una sublime madame della sala Amy. Che narra il carrello dei formaggi con tali delicatezza e naturalezza che ad ascoltarla par di volare direttamente nel caseificio dal quale provengono. Del resto qui tutto è soft, essenziale, purissimo e verdissimo. E non solo per il gran tributo che fa Marc ai vegetali, ma pure per la vista che si allunga sulle vigne dell’azienda agricola Massucco. Che se ne sta lì, proprio accanto al ristorante. Mentre nella luminosissima sala sfilano vivande ambasciatrici di gentilezza: battuta di fassona al coltello con pesto di nocciole, anice stellato, indivia e pera madernassa; ravioli liquidi di zucca Hokkaido, zafferano Pravèrd (direttamente dalla roerina Montà d’Alba), ristretto di fagiano e castagne; risotto al fondo bruno con corteccia di topinambur; scamoncino di fassona cotto sulla vinaccia con patate fondenti; nocetta di cervo grand veneur con pera martin sec al vino e pastinaca; e quaglia arrostita su foglie dolci-amare al sesamo, cipolline e ristretto di barbabietola. E i tajarin? Ci sono, tagliati a mano e arricchiti dal tartufo bianco d’Alba. E ci sono pure la fonduta di Valcasotto, gli agnolotti del plin e le paste di meliga, corredate di uno spumoso zabaione al Moscato d’Asti.

    In alto, ristorazione e accoglienza da Felicin, a Monforte d'Alba. In basso, la colazione proposta dal Relais Montemarino

     

    Nocciole e felicità

    Paste di meliga, torte di nocciole, crostate (con farina di nocciole), formaggi locali e miele biologico (dell’apicoltura albese SilvanaMarco, che conta ben 170 apiari) anche nell’agricola e super sostenibile colazione servita al Relais Montemarino, a Borgomale. Posizionato benissimo fra Barolo e Barbaresco. Segni distintivi? Il grande ippocastano che fa da benvenuto (e da logo) all’antico casale ottocentesco; una trentina di camere materiche e avvolgenti; una piscina coperta e riscaldata e un noccioleto a far da cornice. Ospitalità iper autentica anche da Felicin, insegna storicissima di Monforte d’Alba. Che conquista fra tessuti, tappeti, mobilia artigianale, toni rosso profondo e savoir-faire. Quello di Nino Rocca, nipote di Felicin, figlio di Giorgio e oggi al comando - con la consorte Silvia - di un luogo poliedrico ed eclettico. Che è un ristorante-salotto, ma pure un albergo diffuso. Visto che qualche camera si trova al piano superiore del ristorante; mentre altre room sono ospitate a Palazzo Boeri Panoramic Suites; altre a Villa Stella; e tre appartamenti animano la Dimora del Centro. Per una felicità ben distribuita in città. E due letture felici sono indubbiamente Impossible Langhe, romanzo turistico di Piero Giovannini (con gli scatti di Maurizio Beucci), edito da Fondazione Radical Design; nonché l’Atlante delle vigne di Langa, targato Slow Food. Per approfondire un terroir volitivo e variegato. Osservandolo da inediti punti di vista.      

      

    T: Cristina Viggè

    17-11-2023

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