Ars retorica in pizzeria

    Pizze, metafore e sinestesie

    Empatia e web. Vicinanza e distanza. Esperienze in presenza e in digitale. PizzaUp 2021 indaga nuove modalità per comunicare la pizza. Anche attraverso la metafora. Parola del professore, pensatore e musicista Massimo Donà

    “Nell’ultimo PizzaUp ci siamo lasciati con questa provocazione e con l’invito a scrivere su una parete della pizzeria: questa non è una pizza. Ora è venuto il tempo di spiegare il perché, riempiendo di significato questa esortazione”, dichiara Massimo Donà. Musicista, filosofo, pensatore, professore ordinario di Filosofia Teoretica presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano; direttore del Master in Filosofia del Cibo e del Vino, sempre targato UniSR (le cui lezioni inizieranno il prossimo 5 marzo); nonché curatore del primo numero della rivista Pantagruel (in libreria e online), pubblicata dalla casa editrice La nave di Teseo, diretta da Elisabetta Sgarbi. “Per parlare di web ed empatia non potevamo che scegliere un musicista come Donà. Dopotutto, la musica riesce a creare vicinanza anche a distanza, attraverso l’ascolto di un cd”, dichiara Piero Gabrieli, direttore marketing di Petra - Molino Quaglia. 

    La DoppioCrunch di Renato Bosco. Che ha scelto proprio l'onomatopea per spiegare un suo impasto - Foto di Roberto Sammartini

     

    L’empatia al tempo del digitale

    “Ormai PizzaUp sta iniziando a diventare un appuntamento fisso. E questa presenza-non presenza fa riflettere. Insegna a familiarizzare con nuove modalità di comunicazione. Sì, perché la relazione da remoto allunga le distanze. E al contempo le accorcia. E come se allontanandosi ci si potesse avvicinare maggiormente”, spiega Donà. All’ouverture di una lectio magistralis, durante PizzaUp Digital Edition. Una lezione (condivisa sui canali social Twich, YouTube e Facebook), in cui si torna a riflettere sull’empatia. “Nell’empatia i due relati devono farsi uno. Devono consentire, sentire con. E devono compatire. Ossia l’uno deve patire con l’altro, anche lasciandosi alle spalle entusiasmo e felicità. E ci sono tre modi per fare tutto questo. Ciascuna delle parti potrebbe annichilire la propria identità. Oppure trovare un punto di mediazione, un fattore comune. Ma la via corretta è quella di continuare a essere se stessi, diversi, riuscendo comunque a sentire insieme. Anzi, arricchendosi vicendevolmente”, continua il professore. Che ormai da un anno tiene le sue lezioni universitarie online. “Certo, la connessione da remoto parrebbe accentuare l’irraggiungibilità dell’altro. Ma se per molti fare lezione a distanza è considerato difficoltoso, per me non lo è affatto. Del resto, anche in presenza si può far finta di ascoltare. L’unico problema è che online si hanno a disposizione solo due sensi: vista e udito. Che patiscono meno questa condizione virtuale. Tutti gli altri, ovvero gusto, olfatto e tatto, sono assolutamente esclusi”. E allora come si può evocare il sapore, il profumo e la consistenza di una pizza comunicando sui social? È questa la sfida futura. 

    Oltre il Sentiero, Il Sottobosco della Sibilla, Miseria e Nobiltà, RoManzo Padano. Mirko Petracci, nella sua pizzeria La Scaletta di Ascoli Piceno, usa spesso metafore per battezzare le sue pizze. E ha anche scelto di chiamare il suo impasto che respira Gran'Aria

     

    L’unità che esalta la diversità

    “Spiegare, anche online, un libro o un quadro è indubbiamente più semplice. Come è più facile raccontare Hegel, Platone, Kant e Aristotele. Perché in questi casi va comunicato un concetto. Un cibo, invece, non è riducibile alla parola o all’immagine che lo definisce. Ad esempio, nel primo numero della rivista Pantagruel, dal titolo La filosofia del cibo e del vino, non ho voluto utilizzare immagini da rivista patinata. Ho preferito usare un’iconografia lontana mille miglia da quel tipo di foto. Lo stesso vale per la pizza. Che potrebbe essere ritratta con una foto bellissima. Ovvio. Ma chi mi assicura che quella pizza sia vera e non di plastica? Noi dobbiamo imparare a trasmettere altro. La pizza è molto di più delle immagini e delle parole che la descrivono”, Donà docet. Tornando sempre al punto di partenza: questa pizza non è una pizza. O almeno, non è sic et simpliciter una pizza. “Inoltre, se ci pensiamo bene, già di per sé la pizza e il pane sono emblematicamente significativi come alimenti. Anzi, sono dei non alimenti. Nel senso che ospitano in sé altri alimenti. Sono contenitori che tengono insieme e connettono il pomodoro, la mozzarella, i capperi, le olive, il prosciutto, la salsiccia. Ma lo fanno senza soffocare le diversità di questi elementi. Anzi, ne esaltano e ne valorizzano le differenze. Pizza e pane consentono ai diversi assoluti di farsi unità”, prosegue magistralmente Donà. Ribadendo il profondo spirito empatico di pane e pizza. Quasi a dire che: “Si può essere l’uno con l’altro pur rimanendo distanti e differenti”. Come accade comunicando attraverso la Rete. 

    La video-lezione del professore Massimo Donà a PizzaUp Digital Edition - Riprese a cura di Marco Gallocchio

     

    Vicinissimi, seppur lontanissimi

    Dunque, come si può spiegare una pizza da remoto? Raccontando che quella pizza è molto più di una pizza. “E lo posso fare attraverso la metafora. Figura retorica che implica un trasferimento di significato. Facendo apparire vicinissimi due concetti lontanissimi. Poesia e scienza sono strapiene di metafore. Se io dico: Giovanna è veloce come un fulmine. Oppure: la mia nipotina è un terremoto. Creo delle metafore. Che comunicano quel concetto in modo esplosivo. Molto più che in modo letterale. Ecco. Bisogna suggerire, evocare una sensazione. Anche usando la fantasia. In modo da colmare il baratro e la distanza abissale che separano me da colui col quale voglio comunicare”. E la metafora lo sa fare benissimo. “Se volessi descrivere il gusto salato e incisivo di capperi e acciughe potrei farlo in modo efficace con una metafora, come quella di un bosco di abeti in un fondovalle. E ancora, se volessi raccontare una pizza tradizionale potrei evocarne la solidità e l’imponenza attraverso l’immagine di una quercia secolare. Mentre un impasto soffice e morbidissimo potrebbe metaforicamente sublimare in un manto di neve fresca. È necessario offrire rimandi sinestetici illuminanti. Per viaggiare fra dimensioni apparentemente molto distanti. Dire mi sento come un prato in maggio significa urlare la propria gioia. Per un musicista le metafore sono i suoni. Un musicista cerca attraverso i suoni di comunicare delle sensazioni, delle emozioni. Ma anche chi fa la pizza può creare tutto questo. Per esempio chiamando la propria pizzeria Un giardino d’oleandri. Ricordando così un mondo di profumi e di visioni paradisiache”. Non solo. “È inutile, quando si gira un video, svelare come preparo la pizza. Meglio forse ambientare le riprese in un bosco, fra le colline, andando oltre quello che si sa già e che è già palese”. Del resto, non è poi così difficile. Visto che la metafora fa leva su valori universali. Universalmente condivisi. E, a pensarci bene, anche le pizze più celebri come la Marinara, la Margherita, la Quattro Stagioni, la Capricciosa, la Cosacca, la Bismarck sono costruite su metafore ed evocativi rimandi. Sarebbe bello che nel 2021, a settecento anni dalla morte di Dante Alighieri, la Divina Commedia e le sue straordinarie metafore - ma pure il suo generoso paniere di allegorie, iperboli, similitudini, ossimori e onomatopee - tornassero a esser d’ispirazione per la comunicazione. Anche della pizza. 

    T: Cristina Viggè

    08-02-2021

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