“Questa è la numero 3 di trenta opere complessive, che vanno sotto il nome di Urbanbrain. Tutte personalizzate e tutte diverse. L’ho commissionata io agli Urbansolid, ma non ho voluto influenzarli. Ho preferito lasciarli agire nella massima libertà”, racconta Longhin, mentre descrive l’opera di destra: una scultura a foggia di cervello, sormontata da tre strisce curve, pronte a evocare le linee del wi-fi. Un’opera solida e materica. Simbolica, allegorica e immaginifica. Che gioca con l’azzurro, ma anche col giallo e l’arancio. Col gesso, il cemento, la carta, il legno. Quello nero della cornice, e quello del pallet che fa da sfondo. In un palese rimando al riciclo e al riutilizzo. “I nostri cervelli wireless urbani sono un’analisi di come gli uomini si stiano iperconnettendo tra loro, servendosi cioè della tecnologia come mezzo che permette di abbattere le distanze e di accorciare i tempi della comunicazione”, scrivono sul sito ufficiale Riccardo Cavalleri e Gabriele Castellani: gli Urbansolid. Entrambi classe 1978 (proprio come Longhin); un passato da writers (all’estero); una formazione all’Accademia di Brera; e presente e futuro concentrati su una street art pronta a sconfinare nella scultura. E nella terza dimensione. Esplorando così, non solo la sensorialità visiva, ma pure quella tattile. Un’arte urbana che contamina e invade le città - in primis le periferie, i vicoli e gli angoli nascosti - accendendo i riflettori sulla vitalità e su relazioni sociali messe ancor più in discussione in seguito alla pandemia. “Chi sono gli Urbansolid per me? Sarei riduttivo dire amici. Sono un viaggio, mondi distanti che si incontrano, emozioni esplosive, energia positiva, interconnessioni”, commenta su Facebook Fabio. “Ma in questo cervello azzurro pensante e pulsante io non leggo solo interazioni esterne. Anzi. Il brain incarna la mia visione introspettiva. La mia realtà emozionale in costante evoluzione. Alimentata non da egocentrismo, ma da coralità. Perché io vivo e sono quel che sono grazie ai contatti, al confronto e alla condivisione con gli altri. Grazie alla mia squadra. Quest’opera non è il mio grido, ma la mia interiorità più dinamica”.