Che il vino in Oltrepò sia un cult lo testimonia un tralcio di vite fossile risalente all’epoca preistorica e conservato al Museo Archeologico di Casteggio. Probabile siano stati gli Etruschi a introdurre la coltura della vite nel VI secolo a.C. Ingentilendo le specie selvatiche indigene e facendo una selezione dei vitigni. Tant’è che il geografo e storico greco Strabone, passando per questa landa (all’incirca nel 40 a.C.), dixit: “vino buono, popolo ospitale e botti in legno molto grandi”. Così come Plinio il Vecchio citò la florida viticoltura in quel di Clastidium (Casteggio) e Litubium (Retorbido). Della serie, ci sarà pur un motivo e una buona ragione se oggi l’Oltrepò Pavese rappresenta la terza area italiana più estesa per superficie destinata quasi completamente a vite e con produzioni prevalentemente a denominazione. Terra che conobbe i Longobardi e la Regina Teodolinda. Colei che concesse ad alcuni monaci irlandesi, guidati da San Colombano, alcuni campi di confine. Dove fecero risorgere la vite (forti di una lunga permanenza in Borgogna) e dove costruirono il Monastero di Bobbio, sede dello Scriptorium, uno dei più importanti centri di produzione di libri. Oltrepò Pavese terra di cultura, dunque. Così battezzato dall’imperatore Federico I, detto il Barbarossa, nel 1164. Oltrepò che passò prima ai Visconti e in seguito agli Sforza. Per poi essere assorbito dal Principato di Pavia, controllato dalla Spagna e dall’Austria. Nonché essere annesso al Piemonte ed entrare a far parte del Regno di Sardegna (nel 1743). Un territorio crossover, strategico per i commerci in transito dal mare alla pianura. Un territorio nevralgico, prezioso, da difendere e proteggere (da qui la nascita di innumerevoli castelli). Un territorio ricchissimo di vitigni. Basti pensare che nel 1884 se ne contavano 225 autoctoni (come la moradella e l’uva di Mornico o mornasca). E, nonostante oggi ne siano rimasti una dozzina, l’Oltrepò resta una vitivinicola colonna italiana, con ben 14mila ettari di vigneti. Fra le uve must? La croatina, la barbera, il pinot nero, il riesling (renano e italico), il moscato, l’uva rara, la vespolina (nota anche come ughetta di Canneto). Non certo dimenticando un copioso e poderoso patrimonio agreste e gastronomico.