Fra ieri e domani

    Un bel Po oltre

    Un territorio lombardo fertile e generoso. Dal glorioso passato e dal brillante futuro. Così l'Oltrepò Pavese si affaccia al 2021, rinnovando e portando avanti un grande progetto, volto alla valorizzazione e alla comunicazione del genius loci

    Passeggia. Con la sicurezza di un funambolo. In bilico sul 45° parallelo. Quello che segna la terra di mezzo fra il Polo Nord e l’Equatore. Tracciando un nobile sentiero: fiero di inanellare aree ad alta vocazione vitivinicola, come Bordeaux, il Piemonte e persino l’Oregon. Sì, l’Oltrepò Pavese cammina oltre il Grande Fiume, il Po, disegnando un triangolo (o un grappolo d’uva) sospeso fra le province di Piacenza e Alessandria, e col vertice puntato sull’Appennino ligure-emiliano. Terra fertile, morbida, mite e generosa. Nutrita da colline e valli (le più note sono la Valle Staffora, la Val Versa e la Valle Scuropasso). Fatta eccezione per certi erti versanti che toccano i 1.700 metri, vedi il Monte Lesima e il Monte Chiappo. Terra di borghi (ci sono anche i più Belli d’Italia: Fortunago e Zavattarello), ville e castelli, che concorrono a un ben preciso skyline oltrepadano. Terra rurale, agricola, contadina. Dal fulgido passato e dal luminoso futuro. Merito anche di un’iniziativa visionaria, multi-canale e multimediale, che coinvolge una task force d’eccezione. In prima linea: Regione Lombardia, Camera di Commercio di Pavia e Unioncamere Lombardia. In collaborazione con il Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese, il Distretto del Vino di Qualità dell’Oltrepò Pavese e il Consorzio Club del Buttafuoco Storico. Pronti ad agire, in sinergia e in perfetta empatia, nella costruzione e nella messa in opera di un lungimirante Progetto di Valorizzazione del Distretto EnoAgroalimentare Pavese

    A sinistra: vigneti in Oltrepò (Foto courtesy del Consorzio Tutela Vino Oltrepò Pavese). A destra: un grappolo di pinot nero

     

    Testimonianze enoiche

    Che il vino in Oltrepò sia un cult lo testimonia un tralcio di vite fossile risalente all’epoca preistorica e conservato al Museo Archeologico di Casteggio. Probabile siano stati gli Etruschi a introdurre la coltura della vite nel VI secolo a.C. Ingentilendo le specie selvatiche indigene e facendo una selezione dei vitigni. Tant’è che il geografo e storico greco Strabone, passando per questa landa (all’incirca nel 40 a.C.), dixit: “vino buono, popolo ospitale e botti in legno molto grandi”. Così come Plinio il Vecchio citò la florida viticoltura in quel di Clastidium (Casteggio) e Litubium (Retorbido). Della serie, ci sarà pur un motivo e una buona ragione se oggi l’Oltrepò Pavese rappresenta la terza area italiana più estesa per superficie destinata quasi completamente a vite e con produzioni prevalentemente a denominazione. Terra che conobbe i Longobardi e la Regina Teodolinda. Colei che concesse ad alcuni monaci irlandesi, guidati da San Colombano, alcuni campi di confine. Dove fecero risorgere la vite (forti di una lunga permanenza in Borgogna) e dove costruirono il Monastero di Bobbio, sede dello Scriptorium, uno dei più importanti centri di produzione di libri. Oltrepò Pavese terra di cultura, dunque. Così battezzato dall’imperatore Federico I, detto il Barbarossa, nel 1164. Oltrepò che passò prima ai Visconti e in seguito agli Sforza. Per poi essere assorbito dal Principato di Pavia, controllato dalla Spagna e dall’Austria. Nonché essere annesso al Piemonte ed entrare a far parte del Regno di Sardegna (nel 1743). Un territorio crossover, strategico per i commerci in transito dal mare alla pianura. Un territorio nevralgico, prezioso, da difendere e proteggere (da qui la nascita di innumerevoli castelli). Un territorio ricchissimo di vitigni. Basti pensare che nel 1884 se ne contavano 225 autoctoni (come la moradella e l’uva di Mornico o mornasca). E, nonostante oggi ne siano rimasti una dozzina, l’Oltrepò resta una vitivinicola colonna italiana, con ben 14mila ettari di vigneti. Fra le uve must? La croatina, la barbera, il pinot nero, il riesling (renano e italico), il moscato, l’uva rara, la vespolina (nota anche come ughetta di Canneto). Non certo dimenticando un copioso e poderoso patrimonio agreste e gastronomico.

    Paesaggi d'Oltrepò - Foto courtesy del Consorzio Tutela Vino Oltrepò Pavese

     

    Una Rete reale e digitale

    “L’Oltrepò Pavese è il primo territorio lombardo per produzione vitivinicola e la regione sta investendo su questo comparto al fine di creare un indotto economico e una completa valorizzazione di tutta la zona. La scelta vincente è quella di comunicare meglio all’esterno la qualità dei vini e creare un’unione indissolubile tra etichette e aree produttive, migliorando così la narrazione dei prodotti. Le novità gestionali introdotte in questi anni e una nuova consapevolezza delle proprie potenzialità da parte di tutti gli attori coinvolti stanno contribuendo in maniera decisa e concreta a costruire l’Oltrepò Pavese del futuro”, spiega Fabio Rolfi, assessore regionale lombardo all’Agricoltura, Alimentazione e Sistemi Verdi. Sì, è necessario narrare, comunicare, esternare quel che si sa ben fare. E proprio in questa ottica si pone, con ben quattro azioni sinergiche (da una guida 2.0 a una serie di incontri virtuali, dalle degustazioni in Rete a una vera e propria campagna di marketing territoriale), il Progetto di Valorizzazione del Distretto EnoAgroalimentare Pavese. Capace di mettere in luce prodotti artigianali, luoghi e uomini di un variegato terroir, che corre al di là del Grande Fiume (non dimenticando eccellenze che se ne stanno al di qua del Po). Come ben ricorda Giovanni Merlino, commissario straordinario della Camera di Commercio di Pavia: “La sfida è quella di riuscire a far conoscere un’area rurale che non solo fotografa un mosaico di vigne ma che è ricca di produzioni, di specificità locali e di un patrimonio culturale, materiale e immateriale, in grado di rendere molto attrattivo questo territorio, favorendo una diffusa cultura dell’accoglienza. E in questo senso siamo convinti che la filiera rappresenti un valore aggiunto. La capacità di fare qualità e la necessità di aggregarsi per competere sono infatti bisogni che l’emergenza Covid-19 ha ancor più evidenziato: solo facendo fronte comune di esperienze ed energie si può progettare il futuro dei territori”. Perché l’unione fa la forza. Sempre. 

    T: Cristina Viggè

    19-01-2021

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