La democrazia del design

    Il museo e la città

    A Milano, la cultura ha una nuova casa: l’ADI Design Museum, in piazza Compasso d’Oro. Come il celebre Premio biennale da cui prende ispirazione e motivazione. Un museo di relazione, interattivo, coinvolgente, volitivo e accessibile. Dove osservare, ragionare, riflettere, leggere e assaporare

    “Non abbiamo voluto creare un museo celebrativo, bensì un luogo partecipativo, inclusivo, dinamico, aperto. Che non dà solo risposte, ma che indaga e pone delle domande. Uno spazio condiviso dai cittadini. Non uno showroom, ma un museo vero. Capace di offrire servizi attivi. Il che significa non il solito bookshop, ma una biblioteca. Non una caffetteria, ma uno sguardo allungato e allargato sui 1.300 chilometri di cibo made in Italy”, spiega Luciano Galimberti, presidente di ADI (l’Associazione per il Disegno Industriale, con corredo di Fondazione), descrivendo il neonato ADI Design Museum: nella nuovissima e milanesissima piazza Compasso d’Oro. Sì, perché tutto ruota intorno alla valorizzazione e alla messa in luce della copiosa collezione che va sotto l’egida del leggendario Premio biennale, sbocciato nel 1954 da un’idea di Gio Ponti, e poi progettato dagli architetti Marco Zanuso e Alberto Rosselli. Un patrimonio nazionale di assoluto valore, riconosciuto dal Ministero dei Beni Culturali come “di eccezionale interesse artistico e storico”. Insomma, un museo di connessione. “Perché di per sé il design è un sistema complesso di relazioni. Perché nel design non esiste un linguaggio omogeneo, ma esistono esperienze che creano relazioni”, continua magister Galimberti. Raccontando un luogo concettualmente trasversale e verticale. “Che non segue solo una cronologia orizzontale, bensì agisce su nodi temporali, dando vita a un continuo dialogo con la contemporaneità”. A partire dalla centralissima galleria, fiera di collegare via Ceresio con via Bramante. Un passaggio open, che linka due strade della città.

    In alto, la facciata dell'ADI Design Museum e un fermo immagine sulla mostra "Il cucchiaio e la città" (foto di Martina Bonetti). In basso, un momento dell'inaugurazione del museo e il bancone dell'Officina Design Café

     

    Un’officina-fucina di idee

    Una gallery vetrata moderna. Un decumano contemporaneo. Sul quale si facciano in maniera democratica sia le sale del museo che gli spazi di Officina Design. Ambiente che è un Giano bifronte, all’incontrario. Nel senso che le due facce della stessa medaglia si osservano, stando una di fronte all’altra. “In genere, in un museo, bar e bookshop sono spazi diversi e ben separati. Invece per noi il cibo e la cultura sono la stessa cosa. Perché qui si può leggere un libro e bere un caffè. Per questo abbiamo voluto realizzare uno spazio centrale dove stare bene”, precisa l’architetto Marco Ferreri: vincitore del Premio Compasso d’Oro alla Carriera nel 2020, nonché curatore degli allestimenti dell’Officina Design Shop, gestito da Electa Editore, e dell'Officina Design Café, capitanato dagli Chic, gli Charming Italian Chef, associazione diretta da Raffaele Geminiani. Un salotto lineare e profondamente essenziale, in cui spiccano cubi, banconi e scaffalature in rame, materiale facilmente sanificabile, antibatterico e riciclabile. “E mi piace pensare alle impronte che rimangono sul rame. Quasi tracce di memoria. Che poi se ne andranno per via dell’ossidazione naturale”, continua Ferreri. Che secondo Galimberti ha una grande virtù: “Quella di dare un senso allo spazio e di dar voce al contenuto attraverso piccoli gesti. Facendo sempre un passo indietro”. Risultato una consecutio temporum fra bar e bookshop. “Certo, questo vuole essere un luogo di accoglienza e di piacere”, dichiara Chiara Giudice, direttore mostre e marketing di Electa. Insomma: “Una piccola piazza di fronte alla più grande piazza Compasso d’Oro. Una piazza aperta ma coperta, inondata dalla luce zenitale e al riparo dalla pioggia”, aggiunge Ferreri. Sottolineando il ruolo di agorà di Officina Design. La cui grafica è stata studiata da Leonardo Sonnoli: vincitore del Compasso d'Oro nel 2011 e nel 2018.

    Il pane di Tommaso Cannata entra in un museo

     

    Pane & Parole

    Libri, volumi, riviste, pubblicazioni design oriented. Ma non solo. Nella zona shop sono moltissimi anche gli oggetti iconici in vendita. Inclusa un’isola dedicata a piante, semi e narrazioni green. In un credo nei valori etici ed ecologici che prosegue nella coffee zone. Dove, fra tavolini minimali, sedute differenti e dettagli verdi (a cura della giovane azienda pugliese VeeTaste), si possono assaporare pietanze orgogliose di tener fede ai dettami di quel programma-progetto che va sotto il nome di Chic Respect. “Qui vogliamo portare i temi legati alla semplicità, alla sostenibilità e alla salubrità del cibo. Cercando di ridurre l’impatto ambientale, esortando al non spreco e a un consumo sempre più responsabile. Il tutto coinvolgendo i nostri soci nelle preparazioni. Ma anche organizzando corsi di cucina e di caffè, presentazioni di libri. Per evidenziare la polivalenza dello spazio. E per ricordare che in questo museo vedi il bello e mangi il buono”, puntualizza Geminiani. Una proposta food attenta all’artigianalità e al made in Italy. Capace di andare in verticale sulla filiera. A partire dal pane. Firmato Tommaso Cannata: patron della Boutique del Pane di Messina, nonché alla guida de I Compari, sicilian bakery tutta milanese (in corso Indipendenza, angolo con Ciro Menotti). Pane che accompagna le pietanze. Come il filone rustico con farina di grano evolutivo, una vera icona della biodiversità dell’isola bedda. Ma anche pane che fa parte integrante della portata. Come nel caso del pane in cassetta - figlio della farina maiorca, un antico grano tenero siciliano - che va ad alimentare i super toast. E come nel caso dei panini gourmet. “Preparo una ciabattina al grano duro russello e semi di sesamo, e un panpizza col grano evolutivo”, dice Tommaso. 

    Nello spazio di Officina Design il cibo Chic incontra la cultura Electa

     

    Made in Italy da mangiare

    Cannata. Felice di veder arricchiti i suoi lievitati con ingredienti d’autore. Vedi la brisaola dell’Officina Gastronomica Ma! - con sede a Medesimo - di Stefano Masanti, in sinergia con ricotta di capra mantecata, salsa ai mirtilli rossi leggermente affumicati e insalata iceberg; il prosciutto cotto del toscano Emanuele Vallini, complici stracciatella di burrata di Andria, croccante di melanzane e polvere di olive toscane; il salame della valtellinese Fiorida, in tandem con scimudin, salsa di cipolle, lattuga e pomodoro, grazie alla mano dello chef Gianni Tarabini; e il culatello dell’emiliano Podere Cadassa, in empatia con squacquerone, zucchine e finocchietto, grazie a Enrico Bergonzi, chef del ristorante Al Vèdel. Tommaso che firma anche il cannolo siciliano con la ricotta di pecora, nonché gli arancini (dal dna sicilianissimo) e le mozzarelle in carrozza destinati all’aperitivo. Ma in carta spiccano pure le pizze al padellino di Davide Fiorentini dell’insegna faentina O’ fiore mio; nonché le pizze crunch di Renato Bosco, il deus ex machina di Saporè (nella veronese San Martino Buon Albergo): con mortadella e pesto di pistacchio; e con mozzarella di bufala, pomodoro fresco e battuto di pomodori secchi. Senza dimenticare brioche, croissant, crostate, torte e biscotti per la colazione e la merenda, e qualche piatto per il lunch, come la lasagnetta ai carciofi con pesto e crescione al basilico; e l’insalata tiepida d’anatra con frutta e verdura di stagione, borragine, basilico giapponese e salsa alle erbe aromatiche. A coordinare il tutto: lo chef Pier Giorgio Parini, seguendo sempre lo Chic Respect. Che influenza contenuti e contenitori. Visto che il cibo incontra la eco compilation No.W by Revol, prodotta interamente a partire da paste e smalti riciclati.

    Dalla mostra "Uno a Uno. La specie degli oggetti" - Foto di Greta Gandini

     

    Collezione permanente… in divenire


    Un museo - diretto da Andrea Cancellato - denso di sapori e saperi. Che parla col food, la moda, l’architettura, la scienza, la tecnologia. Ma pure un luogo di prossimità. Un punto di riferimento del “quartiere”. Perfettamente coerente col modello di sviluppo delle “città dei quindici minuti”. Un museo crossover. Un crocevia fra le vetuste celebrità del Monumentale e il fermento culturale della Fabbrica del Vapore e della Fondazione Feltrinelli. Una terra di mezzo fra l'Occidente e l’Oriente di via Paolo Sarpi. Una liaison fra Il cucchiaio e la città. Che è pure il titolo della mostra di ouverture, che pesca da quella che è una collezione permanente costantemente in divenire, in progress, in aggiornamento: un corpus di 2.300 oggetti e progetti, documenti e schizzi, frasi e fotografie, pronti a rimarcare la lunga filiera materico-immaginifica del design. “Questa mostra è una fotografia emotiva del Paese dal ’54 ad oggi. Ci ricorda l’amore per il colore arancione degli anni Settanta e quello per il total black degli Ottanta”, spiega Galimberti. Tracciando il profilo di un’esposizione in grado di accendere costantemente una discussione fra ieri e domani, convenzione e rivoluzione. A corredo? Un’altra mostra: Manifesto alla Carriera. Omaggio della grafica italiana ai Maestri del Compasso d’Oro (la presentazione ufficiale il 24 giugno), che coinvolge anche le nuove generazioni in una libera espressione ed elaborazione di disegni, illustrazioni e collage. Manifesti prêt-à-porter, che il visitatore può staccare e portare via. “Un’azione leggera e straordinaria di impollinazione collettiva che porterà la bellezza del design italiano nelle nostre case”, spiega Luca Molinari, curatore dell’esposizione. A completare il tutto, nel foyer, una video installazione in collaborazione con POLI.design - Sistema Design Politecnico di Milano, e un’altra siglata IED, l’Istituto Europeo di Design.

    A destra, l'installazione "Compasso d'Oro. Misurare il mondo". Al centro, "Uno a Uno. La specie degli oggetti". A sinistra, dalla mostra "Il cucchiaio e la città". Foto di Martina Bonetti

     

    Contemporaneamente

    E ancora, le mostre temporanee. Come Renata Bonfanti: tessere la gioia. Un fermo immagine sull’artista vicentina e le sue massime espressioni di textile designer. E come Uno a Uno. La specie degli oggetti. Una sorta di vis à vis fra oggetti (vincitori del Premio) uguali tipologicamente ma differenti formalmente, perché ideati da autori diversi in anni diversi. “Ci rammenta come dalle posate borghesi di Ettore Sottsass siamo arrivati all’unica posata da finger food”, sottolinea Galimberti. Non trascurando il focus sull’imprenditore Giulio Castelli (premiato nel 2004 anche con l’Ambrogino d’Oro) e l’installazione fissa outdoor - curata e progettata dallo Studio Origoni Steiner - che fa da prologo e che dà significato al museo: Compasso d’Oro, misurare il mondo. Indagando, tra effetti ottici, il “mistero” della sezione aurea. La proporzione perfetta, utilizzata da Leonardo da Vinci e individuabile grazie al golden divider: inventato nel 1893 dal fisico e pittore Adalbert Goeringer e usato da Albe Steiner nel 1954 proprio per l’ideazione del logo del Premio Compasso d’Oro. 

    Un museo attivo, interattivo e coinvolgente. Foto di Martina Bonetti

     

    Archeologia digital

    Antico e modernissimo. Ospitato in quegli spazi che negli anni Trenta vennero utilizzati come rimessa dei tram a cavallo e come impianto di distribuzione di energia elettrica, l’ADI Design Museum è il primo museo in Italia a non avere casse e ad accettare solo pagamenti digital. Grazie a un nuovo sistema che garantisce l’ingresso senza biglietto cartaceo, consentendone l’acquisto tramite card o app. A garanzia della massima flessibilità e praticità. Per un museo fila free. Capace di valorizzare, in 5.135 metri quadrati, un patrimonio di archeologia industriale.   

     

    “La memoria scade rapidamente nella nostalgia. E questo il design italiano non può permetterselo, perché diventerebbe autocelebrativo e si scollegherebbe da quella che è la sua funzione di migliorare le condizioni di vita quotidiane. Quindi per noi è fondamentale che la memoria diventi un’operazione attiva”. Luciano Galimberti, presidente di ADI. 

    T: Cristina Viggè

    21-06-2021

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

     

    ARGOMENTI COLLEGATI

    Pagina 13 di 18