La porta del Monferrato

    Fubine: paradiso e Infernot

    Oltre ad Alba, Barolo, Barbaresco, Neive, Treiso, Asti e Castagnole delle Lanze, i Sentieri Gastronomici firmati Diego Bongiovanni puntano i riflettori sull’Alessandrino. A partire da Fubine, cittadina che svela le sue dolci colline, celando ipogee cantine

    “Ero il cuoco di tutta l’Italia, ma non ero rappresentativo del mio Piemonte. Che invece volevo e voglio raccontare. Allo stesso modo in cui faceva mia nonna Albertina. Partendo dal cibo, perché lei mi preparava cose buonissime. Ma mi prendeva anche per mano e mi portava dai suoi amici, felici di narrarmi tante storie meravigliose”, spiega Diego Bongiovanni. Classe 1983, radici astigiane, un diploma all’alberghiero, esperienze nelle cucine stellate e poi l’approdo in tivù, a quella Prova del Cuoco che lo catapulta nei salotti degli italiani. A cui lui continua a parlare, ma in un altro modo. Attraverso una cucina più su misura, che interagisce attraverso i social, gli showcooking, gli insegnamenti e i sentieri. Sì, i Sentieri Gastronomici. Pronti a snodarsi in territori piemontesi più timidi e meno noti. Il tutto all’insegna di un viaggiare lento. A piedi o pedalando. “Certo, noi diamo tutti gli strumenti necessari. Zainetto, mappa, telo da picnic, bicchiere da degustazione, ebike, caschetto e naturalmente guide certificate. Che possano spiegare al meglio il paesaggio. Poi sono le stesse aziende agricole che si incontrano lungo il cammino a raccontarsi. Perché la scoperta passa della cultura. E la cultura passa dalle persone”, spiega Diego. Che, in tandem con la compagna Stefania Bobbio, ha già attivato innumerevoli percorsi. Perfetti da vivere anche in autunno. “Itinerari capaci di mettere in connessione, collegare. Chissà, magari anche gli Infernot con i grandi palazzi storici di Genova”, precisa Mattia Roggero, assessore alle attività economiche, all’agricoltura, all’artigianato, al commercio e al turismo di Alessandria, durante la presentazione di uno degli itinerari firmati Bongiovanni. Quelli che conducono alla scoperta di Fubine Monferrato e del suo alessandrino terroir. Alla sinistra del Tanaro. 

    Fubine Monferrato, la Cappella Bricherasio, la Panchina Gigante e il Golf & Country Club Margara

     

    Campanili, cappelle e panchine

    Sentieri come sinapsi. “Finalmente si realizza il concetto di rete. Una rete che dà valore ai tanti borghi della nostra regione. Interessanti anche agli occhi di un turista straniero. Che ormai ha imparato ad apprezzare questo tipo attività. E che vuole conoscere aziende che hanno saputo mantenere la memoria, rinnovandosi”, aggiunge Vittoria Poggio, assessore alla cultura, al turismo e al commercio della Regione Piemonte. “L’importante è dar voce alle città, ai paesi, ai paesaggi e al loro grande patrimonio simbolico. Perché è lì dove affondano le radici. E poi è fondamentare non solo far emergere l’identità di un luogo, ma farla diventare competitiva. La competizione fa crescere, fa migliorare. Invece talvolta i territori sono fermi, immobili. Quello di Fubine, per esempio, ha un enorme margine di crescita. Perché ha ancora tutto da dire”, dichiara il giornalista (e golfista) Maurizio Trezzi. Fubine: pais dal bèl Munfrà (paese del bel Monferrato, come si dice qua), da percorrere in bici elettrica, partendo dall’iconico campanile neogotico - alto ben 56 metri - della chiesa di Santa Maria Assunta. Vicinissima al castello, noto come Palazzo Bricherasio, dallo scenografico e panoramico giardino pensile. Per poi pedalare alla volta dell’ottocentesca e gentilizia Cappella Bricherasio, la cui cripta cela il marmoreo monumento funerario realizzato dallo scultore casalese Leonardo Bistolfi e dedicato al conte Emanuele Cacherano di Bricherasio: colui che nel 1899, con altri aristocratici e imprenditori torinesi, firmò l’atto di fondazione della F.I.A.T. poi trasformatasi in Fiat nel 1906. Memoria e modernità. Certo, perché Fubine può esibire la sua Big Bench, la Panchina Gigante, e il Golf & Country Club Margara: 36 buche, ma pure camere e appartamenti per un’ospitalità green a tutto tondo. Alla regia: la presidente Maria Amelia Lolli Ghetti.  

    La cantina di Colle Manora e i vigneti di Mario Pastorello

     

    Albarossa e Rosso Barchetta

    Un iter polifonico quello fubinese, che certo non dimentica il vino. Per assaggi vis à vis con Villa Remotti, il suo affascinante chardonnay Sha’ar, la sua sincera Barbera d’Asti Fanciot e il suo cedro secolare (sotto il quale riposava re Vittorio Emanuele II); e con l’azienda vitivinicola Pastorello e il suo Madò: crasi fra barbera e nebbiolo, ma pure fra Mario e Donatella, i suoi titolari, nonché espressione vernacolare che esprime meraviglia. Non tradendo il Passiòn, assolo del vitigno indigeno albarossa. E poi via per Colle Manora (a Quargnento), maison guidata da Marina Orlandi Contucci con Giorgio Schön. Sì, il figlio della celebre stilista Mila. Come l’etichetta che traduce la sua innata eleganza in nettare, armoniosa summa di chardonnay e viogner. Mentre il Mimosa sigilla la fresca sapidità del sauvignon blanc; il Ray dà voce alla genuinità dell’albarossa (loro sono fra i primi aver piantato questo vitigno); e il Rosso Barchetta sintetizza cabernet sauvignon e merlot in vino che “ha, come le rosse sportive da corsa, una voce di tuono, una riserva rassicurante di potenza”, come scrive monsieur Schön. Passione per l’alta moda e per le auto, dunque. Concentrata anche nel Dubble Bubble: uno charmat lungo in cui il nome e la silhouette dell’etichetta rendono onore al design Zagato per la Ferrari 250 GT Berlinetta Tour de France del 1957.

    Infernot, formaggi e cioccolato. Un vero paradiso per occhi e palato

     

    I bianchi e il buio

    Vino. Ma anche formaggi. Come quelli della Fattoria della Capra Regina. Traduzione: ricotta, primo sale, stracchino e robiola a base di latte di capra. Non solo, vi sono anche le morbide caciotte Caprotta e Caprottina; il cremoso Cabrì, dalla forma a mattonella; e il Parma Giovane della Regina, con una stagionatura di circa cinque mesi. E per i più golosi? Voilà Profumi di Cioccolato e le delizie del laboratorio iper artigianale di Luigia Belperio. Che plasma cremini, gianduiotti e praline di ogni genere, persino ripiene del Madò by Pastorello. Baci della Contessa inclusi. Infine? Giù negli Infernot, Patrimonio dell’Umanità Unesco. Basti pensare che solo Fubine ne conta più di una cinquantina. Si tratta di cavità sotterranee buie e silenziose, scavate nella pietra da cantoni e destinate alla conservazione del vino. Visto che umidità e temperatura (intorno ai 14 gradi) qui sono costanti, tutto l’anno. Una sorta di appendice della cantina, talvolta monocamera, talaltra a più camere. Per vere e proprie gallerie ipogee dalle poliedriche nicchie. Alcune, le più complesse, persino usate come via di fuga. Da non perdere: i due Infernot degli Angeli, recuperati e portati “alla luce”, sotto il palazzo del Comune. 

    T: Cristina Viggè

    18-10-2021

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