Viola e whisky. Tiffany blue e vodka. Giallo e gin. Verde e tequila. Rosso e rum. “Noi siamo colore e ci riconosciamo nel colore. Il colore è semplice e intuitivo. È il modo più semplice per entrare in empatia con le persone. Anche se il colore è più una suggestione, una percezione”. Ecco perché Terry lo fa spesso scegliere ai suoi ospiti. Che osservano una scala cromatica, puntando l’occhio sul tono del cuore. Poi vengono altri input: il distillato preferito (fra gin, whisky, rum, vodka e tequila); il taste (dolce, amaro, aspro, demi-sec); la texture (leggera, di medio corpo, densa); il profumo (erbaceo, fruttato, abboccato, tannico); e lo stile (short, medium, long). In questo modo l’alchimista Terry riesce a sintonizzarsi sulle frequenze del commensale e a cucire una bevanda su misura. Come un abito d’alta moda. “Io entro dalla porta che l’ospite ha scelto di aprire: il suo gusto”, rammenta la barmaid. Che indaga la personalità dell’avventore per avventurarsi fra spirits, aromi, profili e profumi. Distillando drink ad hoc. “Ovvio, ci si deve affidare. E mi posso pure sbagliare. La possibilità di errore esiste eccome. Ma mi offre l’opportunità di aggiustare il tiro”, continua lei. Per questo ogni volta l’esperienza si fa più performante e puntuale. Upgrade dopo upgrade. “Certo, col tempo si impara a bere insieme”, suggerisce la speziale Terry. Che gioca con salvia e rosmarino, zagara e cardamomo, menta e verbena, pepe e lichene islandico. “Ho così tanti aromi, spezie ed erbe a disposizione che non uso mai il limone”, svela la madame. Che ha persino creato una compilation di boccette aromatiche, studiate per impreziosire l’acqua. “Pensiamo a una degustazione di whisky. Diventa ancor più interessante se affiancata a una serie di acque profumate. In questo modo gli orizzonti sensoriali si amplificano”.