Alla sinistra del Tanaro

    Roero rock’n’roll

    Lui è vicino alle Langhe, ma è diverso dalle Langhe. Confina col Monferrato, ma è differente dal Monferrato. Per genesi e conformazione. Per la sua pelle sabbiosa, per il suo cuore scalpitante, per il suo carattere un po’ ruvido e selvaggio, per il suo verace spirito agricolo. Voilà Il Roero, fra arneis e nebbiolo, discese ardite ed erte risalite

    “Ha un’anima bianca e un’anima rossa”. Esordisce così Francesco Monchiero, presidente (al terzo mandato) del Consorzio Tutela Roero. Tratteggiando un territorio che insieme a Langhe e Monferrato è entrato a far parte dei Paesaggi Culturali Patrimonio Unesco. “Anche se i suoi terreni sono molto diversi da quelli delle Langhe. Se prendessimo Alba come punto di riferimento, il Roero si sviluppa verso nord, mentre le Langhe si distendono verso sud”, tiene a precisare. Rimarcando con precisione la geolocalizzazione del Roero: alla sinistra del fiume Tanaro, in provincia di Cuneo e in un’area compresa fra la pianura di Carmagnola e le basse colline dell’Astigiano. Tant’è che fu proprio la nobile famiglia astigiana dei Conti Roero a governarne a lungo le terre, lasciandone in eredità il nome. Terre la cui origine geologica risale a 130 milioni di anni fa, quando la zona faceva parte del fondale del Golfo Padano. Poi l’emersione dal mare (tra i due e i tre milioni di anni or sono), la formazione delle colline e la stratificazione del suolo. Che presto si rivelò friabile e soggetto a facile erosione. Da qui lo spostamento verso est del percorso del Tanaro. Che andò così a separare nettamente Langhe e Roero. Plasmandone i terreni e conferendo loro una matrice sabbiosa, soffice e di grande permeabilità. Terreni dunque nutriti da marne, arenarie, argille e sedimenti marini. E catene collinari più erte, ripide e scoscese. Ricamate da orridi e calanchi. Per un paesaggio a tratti ruvido e selvaggio. Fortemente identitario. Anche per quanto riguarda il clima: semi-arido, caratterizzato da piogge scarse e ampie escursioni termiche. Dovute alla presenza delle Alpi Marittime. 

    In alto, le uve arneis e il presidente del consorzio Francesco Monchiero. In basso, i paesaggi del Roero

     

    Arneis, una sirena sulle colline

    Arneis e nebbiolo. Questi i due vitigni signature del Roero. A bacca bianca il primo. A bacca rossa il secondo. A regalare il Roero Arneis l’uno (anche in versione spumante). A elargire il Roero (rosso of course) l’altro. E insieme a formare una duplice docg, nata nel 2004 ed estesa su 19 comuni (come Canale, Govone, Guarene, Piobesi d’Alba, Magliano Alfieri, Montà, Priocca), per una superficie vitata di 1.199 ettari, di cui 290 a nebbiolo e 909 ad arneis. Un’uva albina, conosciuta pure come nebbiolo bianco. “Perché ha acini piccoli, come il nebbiolo. Perché ha un grappolo lungo e un po’ alato, come il nebbiolo. Ma soprattutto perché, essendo l’arneis particolarmente dolce e maturando circa un mese prima del nebbiolo, veniva posto vicino a quest’ultimo per attirar gli uccelli. Evitando che beccassero e rovinassero le uve rosse”, svela mister Monchiero. Poi, dagli anni Settanta-Ottanta, il riscatto dell’arneis. Che, a legger bene, è l'anagramma di sirena. Così a suo agio in un habitat sabbioso e marino. “Sì, l’Arneis è diventato un grande vino. Anche se agli inizi era un tipo sempliciotto e tranquillo. Fatto un po’ su modello dei rossi. Ora lui è evoluto. Ha una sua personalità e una bella complessità, un po’ severa, ma aiutata da una polpa fruttata. Non è la fotocopia del sauvignon, col quale forse condivide note di foglia di pomodoro. È differente dal riesling. E non è neppure grasso, burroso e noccioloso come lo chardonnay”, tiene a ribadire il critico enologico Vittorio Manganelli.

    In alto, Canale e la vigna Renesio Incisa della tenuta Monchiero Carbone. In basso, Angelo Negro con le sue uve, la sua cantina e i suoi vigneti

     

    Un bianco caparbio

    Un Roero Arneis dalle nuance vegetali, erbacee, fresche e agrumate, eppur sapide e minerali quando giovane. Come si evince assaggiando l’annata 2020 del gioioso Sarun di Nino Costa, azienda agricola di Montà, oggi guidata da Alessandro, figlio di Stefanino. Roero Arneis audace, coraggioso, temerario, controcorrente e avvincente, come il Sette Anni 2013 firmato Angelo Negro, maison di Monteu Roero. Un vino pioniere, il primo ad aver percorso l’iter del lungo affinamento, dimostrando la longevità dell’autoctono vitigno roerino. Sette anni in bottiglia (no, non in Tibet), per consegnarsi al calice in perfetta forma: snello, schietto e purissimo, fra sentori di pera e zafferano, calore e acidità. E così anche il Roero Arneis - dal nuovo disciplinare, entrato in vigore nel 2017 - può fregiarsi del titolo di Riserva (rivendicabile dopo 16 mesi di affinamento). E può anche accogliere in etichetta le Menzioni Geografiche Aggiuntive (le cosiddette MeGA o MGA, 134 in tutto il Roero). Indicando la puntuale provenienza di un vino, la sua culla, la sua vigna più vocata. Ed elevandolo a cru e grand cru. Come accade col Roero Arneis Riserva Vigna Renesio 2017, una limited edition by Monchiero Carbone, storica realtà di Canale. Un vino contemporaneo e di carattere, energico e volitivo. Figlio di un vigneto dal suolo sabbioso, posizionato a 250 metri. Lo stesso vigneto che pare abbia dato i natali all’uva arneis: quel reneysium divenuto poi renexij, come si legge in una citazione rinvenuta in zona, sul finir del Quattrocento. Nota curiosa: il vernacolare claim "ogni uss a l’ha so tambuss" tatuato sulle etichette. A ricordare che ogni porta ha il suo battacchio, ogni casa ha i suoi segreti, ogni collina ha i suoi vigneti e ogni vigneto ha il suo vino. E pure il suo mentore. Come quel Giovanni Negro al quale è dedicato il Roero Arneis Giuan da Pas. Che nel millesimo 2012 svela ancora il suo nerbo. Il tutto griffato dall’azienda vitivinicola Pace, condotta dai bros Dino e Pietro in frazione Madonna di Loreto, sempre a Canale.  

     

    Il Consorzio Tutela Roero è nato nel 2014 e riunisce 246 soci, di cui 165 produttori e 81 viticoltori. Ha per logo-simbolo una coccinella, spesso visibile sulle viti. Emblema di buon auspicio, ma pure sinonimo di aria pulita e non contaminata, nonché di uve sane, cresciute grazie a metodi naturali. 

    Il vitigno nebbiolo, un grande autoctono piemontese

     

    Nebbiolo vibes

    E poi c’è lui, il nebbiolo. Indigeno del Piemonte. Basti pensare che se ne ritrovano tracce scritte sin dalla fine del XIII secolo. Mentre alcuni registri settecenteschi testimoniano come molte cantine della zona ne producessero differenti tipologie, dal secco all’amabile. Un’uva sensibile, specialmente al vento. In genere vendemmiata nella seconda metà di ottobre (quando i vigneti sono già avvolti dalle nebbie autunnali). E in genere coltivata lungo le colline, che godono delle migliori esposizioni. Per donare un rosso fine, elegante, fragrante quale il Roero docg. Che può assurgere a Riserva dopo 32 mesi di affinamento (di cui sei in legno), ma che può entrare sul mercato anche dopo 20 mesi di riposo. “Molto prima del Barolo e del Barbaresco. Perché i terreni sabbiosi concedono ampi profumi e tannini più morbidi. Anche senza ricorrere a lunghissimi periodi di invecchiamento”, puntualizza Francesco Monchiero. 

    In alto, Angelo e Stefano Ferrio, capitani di Cascina Ca' Rossa; e Massimo e Roberto Damonte, alla guida di Malvirà. In basso, la tenuta Malvirà, a Canale

     

    Rossi di razza

    Vero, sincero, pulito, rustico. “E forse anche un po’ scorbutico. Perché ancora giovane”, sottolinea Manganelli. Ma forse è questo il bello del Roero Valmaggiore Audinaggio 2019, targato Cascina Ca’ Rossa, la maison di Angelo e Stefano Ferrio (padre e figlio). Valmaggiore? Sì, una delle MeGA di Vezza d’Alba. Mentre Audinaggio viene dal piemontese autinagia, con riferimento a un piccolo appezzamento di terra. Un nettare dirompente, scalpitante, irrefrenabile, esuberante, vincente, come un cavallo di razza. Con gli occhi puntati al futuro. Indubbiamente più maturo, pieno, strutturato, garbato e cordiale è invece il Roero Riserva Ròche dřa Bòssořa 2013 by Michele Taliano (a Montà), alle cui redini stanno i figli Alberto ed Ezio. Così come autorevole e affascinante è il Roero Riserva Trinità (bio dalla vendemmia 2017) di Malvirà, realtà capitanata dai fratelli Massimo e Roberto Damonte (con tutta la family), in località Canova, a Canale. Al naso: frutti rossi, spezie, rosa. In bocca: l’aristocrazia. Sull’etichetta: l’iconica ruota dello stemma di famiglia, unita ad alcuni simboli dei tarocchi. Trinità a indicazione della vigna, in cui spicca una cappella intitolata alla Santissima Trinità.  

    Il Roero dialoga con i piatti di Aalto - Foto di Brambilla-Serrani

     

    Sguardo a Oriente

    Vitello tonnato, insalata russa, acciughe col bagnet rosso o verde, carne cruda al coltello. E poi agnolotti, tajarin, arrosti, brasati, selvaggina. Il Roero ama incontrare i piatti tradizionali della sua terra. Ma sa anche dialogare con altre terre. “Certo, le delicate aromaticità del Roero docg, bianco o rosso che sia, sposano bene le cucine più ricercate e raffinate. Anche quelle orientali. Del resto, l'Asia rappresenta per noi un mercato importante”, continua il presidente Monchiero. Evidenziando l’assoluta versatilità dei nettari roerini. Fieri persino di abbracciare la cucina libera e fluida di Takeshi Iwahi, di stanza allo stellato Aalto di Milano. Affrontando con destrezza le spinte acide, sapide, verdi e resinose del risotto aspro con gelato di alga kombu e ostrica, fiori di sakura e olio di levistico; i toni umami del manzo alla brace con scorzonera confit (spennellata con aceto di riso), bacche di sambuco (messe sotto sale e lasciate fermentare), quenelle di orzo (tostato e fermentato col koji) e salsa-summa di colatura di alici, acqua di pomodoro e burro di nocciola; nonché il mare mosso di seppie, midollo e caviale. 

    Il 22 e il 23 maggio il Roero si presenta alla Venaria Reale

     

    A maggio in Reggia

    Ed è per far conoscere e promuovere il Roero fuori dai roerini confini che sono nati i Roero Days. “Iniziammo nel 2016 con l’idea di portare i vini e il territorio nelle dimore italiane più prestigiose. Partimmo dalla Cascina Medici del Vascello, all’interno di Venaria Reale. Per poi conquistare il Museo dei Navigli di Milano, approdare al Castello di Guarene ed entrare al Palazzo Re Enzo di Bologna. E quest’anno torneremo a Torino, ma questa volta all’interno della Reggia, La Venaria Reale”, racconta soddisfatto Monchiero. Annunciando i Roero Days, i prossimi 22 e 23 maggio. Una due giorni a tu per tu con oltre sessanta produttori, fra banchi d’assaggio (nella scenografica Galleria Grande, lunga circa 80 metri e larga 12, nutrita da stucchi, decori, lesene, 44 finestre e 22 “occhi”), mostre fotografiche, laboratori e verticali (nella Citroniera, sempre realizzata su progetto di Filippo Juvarra), danze del Teatro d’Acqua della Fontana del Cervo (nella Corte d’Onore) e libero accesso al Piano Nobile e ai mirabili Giardini. Per una full immersion in un capolavoro dell’architettura e del paesaggio, dichiarato Patrimonio dell’Umanità. Non certo dimenticando la cucina. Visto che sarà proprio un manipolo di chef iper local a dar vita a un pranzo (su invito) nello spazio del Rondò Alfieriano: Andrea Ferrucci del Marcelin di Montà; Fabio Poppa e Davide Sproviero delle Scuderie del Castello di Govone; Andrea Sperone del Belvedere Roero di Monteu Roero; e Stefano Paganini del ristorante che porta il suo nome Alla Corte degli Alfieri, nella cittadina di Magliano Alfieri. 

    In alto, le vigne di Angelo Negro e quelle di Malvirà. In basso, la vigna Renesio di Monchiero Carbone e il saliscendi del Roero

     

    Reading & Moving

    Il vino come aggregatore sociale. È invece questa la filosofia che anima un’altra propositiva iniziativa del consorzio quale Gustose Narrazioni, con la puntuale direzione artistica di Virginia Scarsi. Una rassegna poliedrica e polifonica, capace di connettere il vino con la musica, la letteratura, il teatro, il cibo, la materia e l’immaginario. In uno straordinario mélange conviviale. E se nel 2021 le cene sinestetiche hanno indagato la contemporaneità di Dante Alighieri, è invece l’albese Beppe Fenoglio a prendere la scena nel 2022. In una celebrazione dei cent'anni della sua nascita. E per chi ama il movimento? Voilà i WineTour tra i Cru del Roero, a piedi o in bicicletta, organizzati in tandem con l’Ecomuseo delle Rocche del Roero. Che ai suoi 27 itinerari aggiunge un poker di percorsi fra boschi e colline, cantine e cascine, botteghe artigiane e centri storici. Per conoscere un tessuto sociale e culturale ricamato dal vino. Mappa cartacea alla mano. Oppure affidandosi a un’innovativa audioguida interattiva, scaricabile dall’app gratuita izi.Travel. Con corredo di voce narrante e funzione GPS integrata. Per scoprire aneddoti e curiosità assecondando una dolce e sostenibile mobilità.

    T: Cristina Viggè

    19-04-2022

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